mercoledì 8 novembre 2017

Fallimento e C2.

"Noi storia finita. Torno Seoul mio ragazzo aspettare di me. Addio"

"A Babbo Natale chiederò...." segue lista di prodotti disney per un totale pari ad una mezza dozzina di rate del mutuo.

Il cantiere della tranvia aperto nottetempo che sbarra, a tradimento, la strada che percorrevi, ogni giorno, per andare e tornare a lavoro. E ti costringe ad una camminata che, nella storia dell'umanità, hanno percorso solo Lewis & Clark.

Quelli che partono senza pagare la tassa di soggiorno.

Grey's anatomy tutti i giorni, allo stesso orario dei Simpson e Futurama. E si sa chi detiene il potere del telecomando, ovunque sul pianeta. No, non sono uno di quelli.

Ci può essere qualcosa di peggio?

Purtroppo, si.

Questo:


Molto molto molto prima dell'ora X. Non sono presente.

Chiama. Vorrei una camera. Ce l'abbiamo. Costa tot. La prendo. Arriva. Come sarebbe a dire pagamento anticipato? Io non anticipo un bel niente. Allora arrivederci, rivendiamo la camera a qualcun altro. Questo è uno scandalo, voglio parlare con il direttore.

Fino a qui, può sembrare un classico di noi portieri. Ce li siamo trovati davanti spesso, elementi del genere.

Questo no. Questo è speciale.

Nel senso distruttivo del termine.

Millenni di supponenza, arroganza e presunzione condensati in un unico elemento bipede penisolano. Secoli di ottusità, sbruffonaggine, rabbia e, soprattutto, distruzione ed annichilamento verso sè stessi e tutto ciò che lo circonda riuniti in un singolo individuo. E moltitudini di italiani che, cervello o meno, fuggono all'estero.

Per evitare lui.

Ben vestito, barba di qualche giorno e, aimè, italiano.

Il mio sontuoso ed efficentissimo capo ricevimento, che io chiamo con il soprannome di Eva Kant, accorre a supporto della collega da noi denominata Signorina Rottelmeier. Entrambe ribadiscono: pagamento anticipato. Il tipo, che definiremo per comodità "Genny", sbraita ed urla, si dimena, si agita come un tirannosauro in astinenza da cibo quando riesce ad uscire dal recinto non più elettrificato, ma alla fine si convince che se non scuce non ottiene nessuna chiave.


Molto molto prima dell'ora x. Non sono presente.

Genny non è solo. Come l'originale, ha una "compagna", che chiameremo, guarda caso, Azzurra.

Una transuessuale

Lui rientra il giorno dopo con lei, e la presenta proprio come tale: "la mia ragazza"

Normalmente evitiamo le transessuali perchè al 90% sono professioniste del settore e si presentano abbigliate in "divisa da lavoro" (minigonna uterina e seno a balconcino). Da questo punto di vista lo facciamo anche per le vere donne. Non è una cosa da albergo rispettabile. Non proprio quel che si vuole mostrare quando scende a fare colazione, magari nel tavolo accanto a quello di un'allegra famigliola. Ma per una volta passiamo oltre perchè almeno lei è gentile, non urla e soprattutto è vestita normale.

Il problema non è lei. E' lui.

Perchè Genny esce e rientra in albergo sbraitando. Completamente ubriaco. Gli altri clienti si lamentano del frastuono, specialmente la notte. Fa storie per pagare anticipatamente la camera (perchè ogni giorno allunga il soggiorno di un'altra notte, ed ogni giorno i miei colleghi lo obbligano a scucire il dovuto).
In poche parole, un inferno per tutti, ospiti e colleghi.

Così ottiene lo splendido, puntale, immancabile risultato: la nostra direzione ordina di non rinnovargli il soggiorno. Domani deve sloggiare.


Poco prima dell'ora x.

Entro in turno pomeridiano e la signorina Rottelmeier mi informa sugli ordini di herr direktor: quando rientra nessun prolungamento. Ha pagato fino al giorno dopo, quindi domani deve fare il check-out. Nessuna eccezione. Nessuna pietà. Neanche se paga la camera 10 volte quanto l'ha pagata fin'ora. Neanche se si prostra in ginocchio. Neanche se estrae una Luger. Domani rauss. Adieu. Do Svidanjia. さよなら

Tocca a me affontarlo. Preferirei avere a che fare con una squadraccia di camicie nere, e sono convintissimo che se tornassimo agli anni venti ne farebbe entusiasticamente parte. Ma è da solo.


Ora x.

Giacca elegante, barba di qualche giorno, Genny mi appare con la sicurezza e la soddisfazione di un europarlamentare leghista all'ufficio paghe di Strasburgo. Prima ancora che mi accinga a informarlo della ferale notizia della sua prossima partenza da questo ameno luogo, lui parte subito in quarta:

-Allora, visto che volete essere pagati, ora vi anticipo le prossime 3 notti-

-Ehm... guardi, sono piacente ma domani siamo già al completo e non abbiamo più came...-

-COL CA**O, IO VI PAGO 3 NOTTI E RESTO QUI-

-No, senta, non alzi la voce perc...-

-VOGLIO PARLARE CON IL DIRETTORE, SUBITO!!!-

E lì, mi si apre la vena. Il bolscevico-stalinista che è dentro di me si agita compulsivamente ed emerge furioso con la ferrea vlontà di rinchiudere il nemico del popolo del suo gulag.

-Ecco, se la mette così, le dico subito che non c'è affatto bisogno di questo comportamente; lei qui dentro non è persona gradita e domani se ne va!-

-NO, LEI ORA CHIAMA IL DIRETTORE, IO NON ME NE VADO MANCO PER IL ..... -

-IO NON CHIAMO PROPRIO NESSUNO, LEI PRENDE LA SUA CHIAVE, STANOTTE DORME E DOMANI SLOGGIA, CHIARO?- (Dio, quanto ho desiderato urlarlo, in tutti questi anni)

Andiamo avanti così per qualche minuto, e fortuna che, in questo questo duello verbale su cui costui pensava di poter competere (sono toscano, come decibel posso tranquillamente sovrastare un airbus in pieno decollo) non passa nessun cliente e gli unici testimoni sono Niccolò, il facchino, che ha già notato la mia vena pulsante sul collo e ha il fondato timore che io scavalchi il bancone per fiondarmi sul tipo e praticargli un rito azteco con le forbici, e la transess....

Improvvisamente, ci accorgiamo che la "ragazza" è sparita.

L'essere si zittisce, si volta attorno, guarda pure a terra, forse immaginando che la sua amichetta si sia acquattata sotto al divano, ma quando si rende conto che lei l'ha piantata in asso, diventa ancora più belva.

-SE N'E' ANDATA! QUELLA TR.... E' ANDATA VIA! GLI HO ANCHE ANTICIPATO 100 €-

Io e Nicco prima lo guardiamo stupefatti, poi voltiamo la testa e ci guardiamo con gli occhi fuori dalle orbite quando lui prende il cellulare, esce dall'albergo mentre demolisce l'intera religione monoteistica perchè dentro non gli prende e, una volta sul maciapiede, non appena lei risponde, gli urla:

-TI HO GIA' DATO 100 €, TR..., ORA TORNI SUBITO QUI, CHIARO!-

Un maciapiede molto affollato, colmo di persone. E sono sicuro che hanno capito tutti nel raggio di mezzo chilometro, indigeni e turisti.

E quando ha finito la chiamata e rientra, mentre mi preparo per il secondo round, lui si scusa profondamente!

-No, davvero, mi dispiace. Tu fai il tuo lavoro, ci mancherebbe. Domani parto, ora chiamo un altro albergo, tranquillo. Ma lei deve tornare, che ca...-

E quasi mi allunga la mano a volermi toccare sulla spalla. Un secondo prima non avrebbe esitato a rischiare un corpo a corpo nucleare con il sottoscritto e un attimo dopo è diventato un amicone.

Un campione del bipolarismo, come mi disse un mio amico quando gli riferii la disavventura.

Dopo pochi minuti lei arriva, chiacchierano un momento poi lei entra e si mette a sedere davanti al bancone mentre fuori lui chiama un altro albergo per il giorno dopo. Lei, che all'apparenza pare veramente una vera ragazza con tutte le forme al loro posto, mi osserva con sguardo sconsolato e poi, con una certa voce baritonale e accento sudamericano, se ne esce con scuse quasi sincere e la giustificazione che -Sai, lui ha questo problema del bere-

Al che la guardo, poso le mani sul bancone e, mi viene proprio spontaneo, pongo una domanda in fondo stupidissima:

-Ma non te ne potevi trovare uno normale?-

Ma lei si limita ad alzare gli occhi al cielo e sospirare.

E non poteva darmi una risposta più eloquente.

mercoledì 1 novembre 2017

Trent'anni.

Trenta anni possono essere il sunto una vita umana. Il concentrato di azioni di un singolo bipede.

In trenta anni puoi tirare su monumenti immensi destinati a resistere millenni.

In trenta anni puoi fare un'intera guerra. O portare a compimento 6 piani quinquennali. Trenta anni sono la durata di una dittatura in Africa e due conflitti mondiali in Europa.

In trenta anni puoi girare il mondo, anche più di una volta. Se hai i soldi. Oppure lavorare per permettersi di girarlo. Se si ha un lavoro adeguato, certo.

Trenta anni sono il tempo per realizzare mezzo chilometro della Salerno - Reggio, per avere una dozzina di legislature parlamentari ed una ventina di governi.

Trenta anni li bruci in un istante se possiedi un flusso canalizzatore.

Trenta anni fa ero alle medie.

I miei 3 anni di scuola media sono state abbastanza anonime. Il solito bulletto personale che ti tormenta, insegnanti totalmente privi di qualsiasi senso di comprensione o minima capacità educativa, compagni che ti deridono in massa ad ogni banalità, al più piccolo passo falso.

Ricordo Andrea, con cui facevamo finta di studiare, salvo poi giocare al pallone. In camera. Con una pallina di gomma piuma. Uno dei ricordi migliori.

Lo scudetto dell'82, terzo sul campo, ancora in attesa della restituzione.

Il coro della scuola, messo su dalla compianta insegnante di musica, l'unica che mi abbia trasmesso una passione per qualcosa in quei 3 anni e dove io e un anonimo -per me- tipo di un'altra sezione eravamo gli unici tenori, i soli uomini; rammento bene l'esibizione nella sala musica di fronte alle due classi (per me corrispondeva all'intera popolazione mondiale) e la preside che abbraccia e bacia sulle guancie l'altro ragazzetto, manco fosse stato un novello Beniamino Gigli. Io non venni minimamente considerato.

Ricordo orrendi filmetti francesi su quella cosa detta "adolescenza" e di cui io, da maschio appena approdato alla doppia cifra degli anni, ero ancora ignaro. Fissato perennemente sul pallone ed il sogno irrealizzabile di diventare un nuovo Antognoni, sui soldatini Atlantic di cui sono ancora fiero possessore, ed i cartoni giapponesi incentrati su robot che si combattono nel centro di Tokyo. Noi maschi arriviamo sempre dopo.

Le ragazze no. Loro erano già avanti. Anni luce.

Dietro di me, di due banchi, ricordo bene il sorrisetto malizioso di questa ragazzina. Già matura, già sveglia ed attenta al mondo che la circonda, già pronta ad osservare, studiare, capire chi le stava attorno. Ma sempre con il sorriso.

Ecco, quel sorriso è una delle cose che ricordo meglio delle medie.

Trenta anni dopo.

Uomini e donne maturi, adulti, che trascinano verso le elementari legioni di bambini. Qui, una volta consegnata la prole al meraviglioso mondo dell'istruzione italico, ci sono le inevitabili chiacchiere tra noi genitori: come va? Ci beviamo un caffeino? O come s'è fatto a perdè ieri sera coi'Chievo?

Poi, improvvisamente, tra la folla di genitori assiepati all'ingresso del luogo d'istruzione, mi appare davanti questa donna. Con i capelli non più lunghi ma lo stesso sorrisetto malizioso, lo stesso sguardo attento e scrutatore.

-Te sei Marcello. Il "mugna"-

La guardo così, intontito come solo io riesco benissimo a essere, anche se i neuroni hanno già realizzato il collegamento. Un collegamento di trenta anni, ma passato in un nanosecondo all'interno del mio cervello.

-Marta! La Marta Di Santo!-

E così ci siamo ritrovati. Compagni di classe delle medie d trenta anni fa, siamo rimasti a vivere nello stesso quartiere, abbiamo messo su le nostre rispettive famiglie e portiamo le/i figlie/i alle stesse elementari. E quindi le solite chiacchiere su cosa facciamo nella vita, come siamo cambiati, che abbiamo realizzato, o distrutto, in questi trenta anni, per poi cadere nell'amicizia su facebook.

Poi, qualche mese fa:

Proprio da facebook arriva questa richiesta: votami. Promuovi la mia candidatura. Che non è un'elezione politica, ma un concorso di una nota ditta di abbigliamento che porterà venti donne alla maratona di New York.

Come nella più classica tradizione italiana dai tempi delle preferenze, un voto non si nega a nessuno. Voto. E contribuisco. La Marta diventa una delle venti. Ed oggi parte per New York.

Ora, io non sono il tipo fanatico della corsa. Ho seguito -distrattamente lo confesso- i progressi di Marta che, pidessiquamente, postava su facebook. Lei e le altre allenate duramente da Gelindo Bordin, un nome che, per la corsa, viene ancora prima di quello di Filippide. Per uno come me, che pure nel pallone ha sempre scelto il ruolo più statico dove, al massimo, si cammina fino al limite dell'area o ci si butta a terra nel -spesso vano- tentativo di afferrare la sfera, la corsa rimane un qualcosa di totalmente incomprensibile. Innaturale, pure. Rimango convinto che noi esseri umani siamo fatti per il bipedismo lento: camminare e stop. Dove per camminare intendo sempre il percorso dal divano al frigorifero e viceversa. Non oltre.

La Marta no. Lei corre. E mi piace immaginarla mentre attraversa Central Park con lo stesso sorriso di quando percorre uno dei viali alberati dentro le Cascine.

E quindi, dopo tutto questo lungo prologo su come si cambia (Mannoia in sottofondo), l'unica cosa che mi sento di dirle sono i miei migliori in bocca al lupo. O, come direbbero di giapponesi, ganbatte kudasai. A lei e le altre donne che correranno, novelle Forrest Gump a piedi per le strade dell'America, anche se limitata a quelle della Grande Mela.

Divertitevi ragazze. Sarà una bella sfida.

Io sono impegnato in una ben più difficile e complessa:

alzarmi dal divano e raggiungere il frigorifero.




mercoledì 25 ottobre 2017



Camera a fermo.
La cameriera si è rifiutata di "pulirla". O quanto meno tentare.
Non posso dargli torto.
Ci crediate o no, era un uomo solo.
Ok, uomo è esagerato. Un essere bipediforme dall'età ultra-ultra-ultra. Se la sua pensione è di 3 dollari e 50 al mese ed immutata da quando non lavora, a quest'ora dovrebbe già essere milionario. Probabilmente era presente quando Grant attaccava Lee in Virginia.

Un matto. Una furia. Un finger in the ass.
Pugni sbattuti sul tavolo, minacce alle receptioniste, pretesa di pagare più del dovuto con la carta di credito ed avere il resto in contanti ed urla alla risposta negativa, urla alla richiesta di lasciare la camera alle 12 (l'ha fatto alle 14, le cameriere hanno unito gli sforzi ma anche in due hanno staccato un'ora dopo del dovuto) e la perla finale: aveva prenotato un 3 stelle a Milano e chiedeva alla receptionista di aiutarlo. Spulciando tutti i 3 stelle di Milano (una robetta da nulla, quanti saranno mai?). Perché non conosce la password della sua mail.
Solidarietà ai miei colleghi alla reception e le cameriere. Grazie a chi ha girato il filmato e grazie chi me lo ha passato.




domenica 1 ottobre 2017

Lavori alla reception di un albergo se:

-Quando ti alzi la mattina, se rifai il letto dici che lo fai "a fermo"; se cambi le lenzuola lo fai "in partenza".

-Stessa cosa per la pulizia del bagno.

-Non apparecchi. Prepari il "buffet".

-Quando le figlie entrano a scuola fanno il "check-in". All'uscita, ovviamente, sono in "check-out".

-Parenti e/o amici che vengono a trovarti a casa, sapendo il tuo lavoro, entrano dicendo che "abbiamo prenotato la suite presidenziale";

-Quando rientri a casa dopo una dura ed intensa giornata di lavoro, ti capita di parlare in altre lingue fuorchè l'italiano.

-Qualsiasi foglio, lista della spesa, bolletta o compiti delle figlie, lo tratti come "pratica prenotazione".

-Il tuo appartamento non è il primo a sinistra del pianerottolo al secondo piano, ma la "202".

-"Marce, ci sei per giocare domani sera?"
"Grazie, ma ho il turno 15-23" (oppure: ho la notte e comincio alle 23)
"Ah, peccato, proviamo il nuovo gioco premiato ad Essen"
"Acc.... grrrr.... grazie lo stesso, divertitevi (spero di no)".

-Quando senti qualcuno affermare che "siamo un paese che deve puntare sul turismo", pensi che vorresti sbatterlo al bancone a farsi un turno di alta stagione.

-Quando esci di casa per andare al lavoro al mattino le strade sono vuote; se invece rientri dopo un turno di notte, in direzione opposta c'è una fila interminabile di bus strapieni, auto, scooter strombazzanti che sembrano i festeggiamenti della Coppa Italia del '96.

-Prima dell'avvento del whatsapp, comunicavi con il resto della famiglia tramite post-it attaccati al frigo.

-Fai la spesa al supermercato la mattina, quando ci sei solo te ed una dozzina di donnine pensionate (i mariti sono a visionare i lavori della tramvia).

-Le carte di credito ed il loro funzionamento, per te, non hanno segreti.

-Il tuo fine settimana sono mercoledì e giovedì. Quello che per gli altri è il triste lunedì, il giorno del rientro al lavoro, per te è il venerdì.

-Ed infine lo storico, onnipresente, immancabile classico: quando suona il fisso di casa, in luogo del classico "pronto", rispondi, in automatico, con "Hotel ****** buongiorno, come posso aiutarla?"

giovedì 21 settembre 2017

Strauss ed il bel Danubio blu.

Il primo strizzacervelli, il più grande di sempre.

I Lorena ed il loro Granducato.

D'Annunzio che getta volantini con su scritto "avete perso, gne gne gne"

Gli occhi e lo sguardo sognante di Romy Schneider

Ma soprattutto la delizia, il gusto, la dolcezza, il cololesterolo, della regina delle torte.

Tutti noi dobbiamo qualcosa a Vienna.


Turno pomeridiano di centrale.

Ci scrive un'agenzia di viaggio austriaca. Lì per lì mi commuovo quasi: con il dominio delle OTA, è bello vedere che ci sono ancora poche, piccole agenzie che resistono e vendono, a clientela affezionata, viaggi e soggiorni in altri luoghi. E si prendono profonda cura dei loro clienti.

L'agenzia mi scrive che devono arrivare da noi delle persone, e ci devono mandare dei pdf con informazioni, voucher per l'albergo compreso. Mi scrivono anche il cognome di una di queste persone.

Cerco, nel gestionale, una prenotazione a questo cognome, ma non la trovo. Scrivo all'agenzia e loro replicano che hanno quello. Ma continuo a non trovarla.

Mi scervello. Si tratta di una camera tripla. Ci sono buone, ottime probabilità che in realtà il cognome che hanno loro sia di uno dei componenti, ma la prenotazione, sul nostro gestionale, abbia il cognome di un'altra persona. Come trovarla?

Provo a guardare così, quasi distrattamente e senza grandi pretese, tra i futuri arrivi. E trovo un cognome che, come suono, mi appare decisamente austriaco. Cerco il cartaceo nello schedario e lo trovo. E lì, sulla pratica, ci sono nomi e cognomi delle componenti: 3 signore viennesi in visita a Firenze, camera tripla con 3 letti separati. Fosse stata una famiglia, ci sarebbe stato un cognome solo. Qui sono 3.

Riscrivo all'agenzia, in tono trionfante, che abbiamo trovato la prenotazione. Ci inviino pure i vari pdf, che poi li stampiamo e li consegneremo alle clienti al loro arrivo.

E l'agenzia mi risponde con questo ringraziamento.

In realtà non ho fatto niente di speciale. Sono stato anche un pò fortunato, non mi sono sbattuto neanche più di tanto. Ma in ogni caso, è bello sapere che, ovunque io sia, là a Vienna c'è ad aspettarmi una torta Sacher, tutta per me. Non si vive mica di sola schiacciata alla fiorentina.

Se sparisco qualche giorno, sapete dove sarò.

Tornerò più grasso.

Ma ne sarà valsa la pena.

ps. il nome di una delle agenti di viaggio dice tutto.


martedì 12 settembre 2017

La pelle ambrata tipica del subcontinente indiano

Le grinze e la magrezza che un Ghandi ne sarebbe ammirato e affermerebbe fiero che "così si comporta una brava e frugale femmina"

Lo sguardo spaventato di chi ha visto arrivare all'orizzonte i velieri di Sua Maestà britannica colmi di giubbe rosse, o in subordine i mercantili italiani zeppi di marò

Mi esordisce con un mix di inglese e francese, parole prese a prestito da entrambe le lingue e con altri termini a me perfettamente sconosciuti perchè non sono neanche italiano, spagnolo, giapponese o klingon. Lingua che mi vanto di conoscere a furia di seguire le lezioni di Sheldon Cooper.

Ma la traduzione di quel che colgo è qualcosa di strabiliante

-Non trovo più mio marito-

Rimango così, congelato nel il sorrisetto d'ordinanza di portiere d'albergo nell'esercizio delle sue funzioni a qualsiasi ora del giorno e della notte e con qualsiasi cliente mi si palesi di fronte, senza realizzare immediatamente quel che, in realtà, il mio subconscio ha perfettamente compreso.

Neuroni che schizzano all'impazzata all'interno della scatola cranica e che vanno tutti, immancabilmente, a cadere sui ricettori della parola "bischero" e "sveglia!!!11!1!"

-E' uscito due ore fa, lei non l'ha visto?-

Non ricordo indiani usciti da quando ho cominciato il turno, ore 23. Di solito fermo tutti quel che mi passano davanti, sia per farmi lasciare la chiave della camera sia per ricordargli che, dopo la mezzanotte, devono suonarmi il campanello perchè mi barrico all'interno dell'hotel neanche fossi Davy Crockett dentro Alamo.

Mi spiace signora, non l'ho proprio visto. Le aveva detto che usciva? Probabilmente lo ha fatto prima che cominciassi il turno di notte, alle 23. Ha provato a guardare sulla terrazza? Si, abbiamo una terrazza. Voi avete una camera al primo piano ma c'è una terrazza al terzo, magari è lì seduto a godersi il fresco della serata agostiana fiorentina.

La signora sale, con il cuore gonfio di speranza e futura gioia nel ritrovare l'amato consorte sperduto, ma dieci minuti dopo riscende più angosciata di prima. Stavolta in compagnia di una figlia adolescente con molti, troppi centimetri scoperti. Cosa che, nel sottoscritto, vista l'età e due figlie quasi sue coetanee, provoca non più eccitazione ma puro disagio.

-Ha provato a chiamarlo?-

Si, ma non risponde, mi dice lei con voce che tradisce una preoccupazione in vertiginoso aumento. Mi faccio dare il numero e provo anche io.

Suona

Risponde

Gli dico che la moglie è preoccupata della sua assenza e le passo la cornetta. Lei, freneticamente, domanda dozzine di volte, a raffica, dove si trovi. Lui, evidentemente, non pare intenzionato a rivelarle la sua geolocalizzazione.

Alla fine lei si blocca, ammutolita, e mi passa la cornetta lanciandomi questa incredibile, allucinante, pazzesca affermazione:

-E' ubriaco-

Mi sfugge, totalmente e senza remore di sorta, la motivazione per cui un uomo debba andare in vacanza con la famiglia in un altro continente e poi lasciare nottetempo la struttura che li ospita allo scopo, decisamente poco nobile, di ingurgitare alcolici in una città a lui totalmente sconosciuta.

Quel che noto maggiormente però è l'espressione della signora, passata in un nanosecondo dalla preoccupazione più profonda ad un qualcosa che tradurrei come "Fanculo, me lo aveva detto mia madre che dovevo sposare Hadendra il raccoglitore di sterco di vacca nelle strade, uomo posato con lavoro stabile", e schizza su per le scale con la figlia alle calcagna.

Mi scuoto dallo stupore di ciò che ho appena visto e, soprattutto, sentito. Riprendo il mio lavoro.

Ore 3 del mattino. Bussano alla porta.

Tralasciamo il solito, immancabile caso dell'ennesimo cliente che, a dispetto dell'evidente presenza di un campanello, si ostina a sbattere le nocche sulla vetrata, sorpreso di trovare un portone chiuso ad un'ora antelucana, signora mia dove andremo a finire. Accorro ed apro. Davanti ai miei occhi, un mastro lindo indiano quasi mi abbraccia e mi presenta i suoi nuovi amici: due ragazzi poco più che ventenni che mi salutano con sguardo imbarazzato: semplicemente, lui si era perso nei meandri del rinascimento fiorentino, e all'accorata richiesta di aiuto i due baldi giovani avevano volentieri prestato soccorso accompagnandolo fino alla magione: l'albergo dove lavoro, appunto. Chiede di offrirgli ettolitri di bevanda al luppolo ma, prima che possa dirgli che non posso (e non voglio) vendere alcolici a quell'ora, i due replicano, con un inglese particolarmente stentato, che non bevono alcolici. Il che è alquanto sorprendente e la cosa non può che farmi piacere. Ma lui insiste, vuole offrire per ringraziare dell'aiuto. I due mi osservano con sguardo interrogativo:

-Oh, beh, se ve lo offre, un succo di frutta prendetelo-

A quel punto, titubanti, accettano ed entrano nella hall. Si fanno offrire da bere (un succo in due, malgrado le insistenze del muscoloso indiano, che per sè chiede un caffè doppio) ed a quel punto mi spiegano, in italiano, tutto l'accaduto. Hanno accettato di aiutarlo anche se "sembra un tipo strano". In effetti l'indiano l'indiano saltella da una parte dall'altra come un grillo. Alla fine i due ragazzi decidono che è il caso di tornare a casa. L'indiano ringrazia sentitamente prendendogli la mano e baciandogliela, poi si salutano.

Non faccio a tempo a richiudere a chiave la porta dell'albergo che il tipo mi chiede un whisky doppio.

-Mi spiace, ma non posso vendere alcolici ora (traduzione: basta alcool, vai a nanna)-

-Ah, giusto giusto. Lei è un bravo lavoratore, i suoi capi devono essere fieri di lei (giuro, ha detto proprio così). Posso avere un altro caffè?-

Accetto di fargli un altro caffè, e glielo offro pure. Lui insiste affinchè prenda qualcosa anch'io, ma a quasi le 4 del mattino sono decisamente sul cotto andante ed ho ancora del lavoro da finire. Non mi va di cominciare una chiacchiera infinta, non lo farei neanche con Katherine Heigl . Ringrazio ma gli spiego la mia situazione. -Oh si, capisco capisco- Prende il suo caffè e va a berselo davanti al ricevimento invece che al bar. E se ne sta lì una buona mezz'ora prima di lasciare la tazzina sul bancone e, finalmente, salire in camera.

E mentre vado a riportare la tazzina nel bar, spero, molto perfidamente, che la moglie sia lì sveglia ad attenderlo.

E si sia portata in valigia, direttamente da Mumbay, il mattarello.

domenica 3 settembre 2017

I dialoghi in dialetto. 

Il fiorentino stretto, quello dei teatri in vernacolo, quello che declamavano, con grande soddisfazione di noi indigeni di qui, i Giancattivi, quello che puoi ascoltare ogni tanto (anzi, molto spesso, aimè) se vai sugli spalti di'Franchi all'indirizzo dell'ennesimo scarpone in maglia Viola che "se t'eri bono, 'un ti si pigliava noi!". 

Turno di notte, ore 3.50 del mattino.

Suonano alla porta.

Alle 3 e mezza non ci può essere che il fornitore dei sublimi, succulenti, saporiti prodotti delle colazioni. Quel prosciutto cotto dall'indimenticabile sapore di plastica ed antibiotico che, dalle 7 alle 10 del mattino, i clienti si strafogano come se non vi fosse un domani quando a casa loro un caffè e via. 

Sennonchè

E' il turno di notte del sabato, ergo sono le 3.50 di domenica mattina. Chi ca**o l'hai mai visto un fornitore la domenica mattina? Ho più probabilità di trovare i liocorni della canzoncina.

Difatti non è il fornitore.

Mi si palesa di fronte, con la barba e l'espressione corrucciata di un segretario della lega in procinto di sputare veleno ovunque, manco fosse una macchina del diserbante, un trasporter. Il Jason Stahtam del terzo millennio fiorentino.

Apro l'ingresso, e lui parte subito in quarta ma, per fortuna, ridacchiando:

-Oh, tu c'hai miha dei tipi indiani, Ghiavanscivili o qualcosa del genere, ma che ne so io? Son 6 persone-

-Ho capito di chi tu parli, due triple, sono armeni-

-Si, vabbè, di quelle parti, tu m'hai 'apito. Che tu me li 'hiami?-

-Diamine-

-Senti, io intanto mi fumo una sigaretta qui sull'ingresso, che ti scoccia?-

-Per me puoi anche andare a fuoco- (no, scherzo, non gliel'ho detto. Malgrado l'espressione iniziale, non delle migliori, era un tipo sorridente. E comunque, alle 3.50 del mattino, se non si scherza un pò, si è perduti)

Chiamo le camere di questi clienti, e dopo un tempo infinito finalmente una voce cavernosa che tradisce un sonno atavico mi risponde. Gli dico che c'è l'autista per l'aeroporto, e quello mi risponde, semplicemente, con un -Yes, yes- in tono piuttosto scocciato.

Torno sull'uscio.

-M'ha risposto con una voce dall'oltretomba-

Lui ridacchia

-Eh, tanto li 'onosco, i miei polli. E chiedono i'servizio alle 'uattro e poi dormono. Ma io mi domando e diho: se sono in vahanza, mica parto alle 'uattro del mattino, no? Me la prendo 'omoda e parto i'pomeriggio-

-Certo, un paio di giorni prima, così uno torna con calma, si rilassa a casa....-

-No, sieee, il giorno prima! Poi 'hiamo i'capo e ni diho "Oh, e c'ho la cacaiola, 'un vengo"-

Ridere come non vi fosse un domani.


Il portiere e l'autista, sulla soglia dell'albergo, che chiacchierano amabilmente di "evacuazioni" ed altri discorsi di *erda, perchè un pò di leggerezza ci vuole, in attesa di passarsi di mano i clienti turisti paganti ad un'ora antelucana ma che comunque si fa perchè sono lavori, e ci sono compiti da portare a termine, mutui da pagare, figlie da alimentare.

Finchè ce n'hai stai lì, cantava qualcuno.
 

-Lo vuoi un caffè?-

-Sta bono, altrimenti la cacaiola la mi vien sui'serio!-

Poi l'ascensore si apre, la famigliola caucasica mi consegna le chiavi, paga la tassa di soggiorno e carica i bagagli sul mega van 7 posti tipico degli NCC (nolleggio con conducente). Prima di salire sul suo possente mezzo, l'autista si volta verso di me:

-Oggi c'ho anche da andare a Orvieto. Tu m'ha a di' te!-

E parte.

E mentre riflettevo sul fatto che noi portieri e loro autisti abbiamo in comune l'essere pronti e scattanti a qualsiasi ora del giorno e della notte, pensavo anche che "quest'idea della cacaiola non è male. Potrei riutilizzarla"

ps. che poi, in 25 anni di lavoro, al rientro dalle ferie sono sempre tornato puntualissimo in turno. Ma 'ndove voglio andare?

pps. l'è così carina, Orvieto. La mi garba un monte.