sabato 19 maggio 2018

Ti becchi quel che c'è.

Alle volte è così, prendere o lasciare. Non avete possibilità di scelta, non ci sono pillole blu o rosse, non esistono sliding doors, non c'è nessun arbitro che ti chieda "palla o campo?". Niente di tutto ciò. Hai un'unica, singola, obbligatoria opzione.

E ringrazia che c'è almeno quella.

Irlanda, 1996.

A giro per l'isola verde, con poche idee e la tacita nonchè inconfessabile volontà di non fare un bel niente. Un vago, stentato, presuntuoso progetto di cominciare lassù una nuova vita senza la reale intenzione di cercare un lavoro. Qualche colloquio, un pò di vaghe domande, il sorriso e la gentilezza del personale ai centri per l'impiego di fronte ad un caso disperato, ma anche un'incredibile svogliatezza e la tremenda difficoltà con una lingua parlata così male che a confronto pure il napoletano stretto diventa italiano perfettamente comprensibile. Il dialetto irlandese si assimila solo dopo un paio di pinte di Guinness. Il che potrebbe spiegare perchè, al mio ritorno dall'isola, pesassi decisamente di più.

Rientro a Dublino dopo una gita di qualche giorno sulla costa occidentale nella segreta e inconfessabile speranza di visitare Skelling Michael e rimanerci per il resto dell'esistenza salvo scoprire che a) bisognava prenotare con largo anticipo, tipo un paio di generazioni prima e b) il tempo era così inclemente che l'unico modo per attraversare il mare in tempesta era a bordo dell'Ottobre Rosso, a 500 metri di profondità.

Ma arriva il maledettissimo intoppo. Quello del viaggiatore che non fa i conti con l'oste: la finale di Hurling.

L'Hurling è lo sport più folle, assurdo, pazzesco inventato dagli irlandesi, quasi certamente in un pub e sotto gli effluvi di moltissimo alcool. Un mix di rugby e golf dove si colpisce una pallina con una mazza che pure Thor avrebbe difficoltà a trascinare, ma che agli irlandesi piace da matti, e non esiste casa, nell'isola, che non abbia un equipaggiamento di gioco. E in occasione della finale il Croke Park, 80 mila posti, è stracolmo fino all'inverosimile. Irlandesi che provengono da ogni angolo dell'isola per assistere. Va da sè, arrivo al Brewery Hostel che sono stracolmi. Pieni zeppi. Prenotati da settimane, con una marea di pel di carota tutti muscoli e pancione (maschi e femmine indistintamente) arrivati lì per la loro straca**o di finale.

Mi ritrovo senza sapere dove andare, con la reale possibilità di girovagare per Dublino tutta la notte. Non un posto per dormire.

Ma a quel punto, il viso e l'espressione angelica della ragazzona australiana che lavorava all'ostello, mi appare in tutta la sua grandiosità, e mi assicura che mi trovava dove stare. Pure, senza pagare nulla. Ho ancora davanti ai miei occhi il bellissimo viso rubicondo, dolce e premuroso, di questa ragazza alta e meravigliosamente rotonda che mi assicura che "non preoccuparti, stasera potrai dormire". Non so perchè non mi dichiarai a lei subito. Lì, sull'istante. Ci stava, davvero. Perchè era un sorriso che avrebbe meritato un'intera esistenza. Perso, come tante cose belle della vita, che spesso sfuggono di mano con un nonnulla, per un attimo di esitazione. Pazienza, è andata così.

Il posto era un divano nella stanzetta riservata ai dipendenti, tutti ragazzi non irlandesi che lavoravano lì per raggranellare qualche spicciolo e inteneriti dalle difficoltà di quell'italiano che andava e veniva da due mesi in quell'ostello, e si ritrovava senza un posto dove dormire perchè non sapeva dell'amore irlandese per gli sport con le mazze. Il problema è che "divano" era una definizione molto azzardata. Forse era valido nell'era geologica precedente. Il termine migliore poteva essere "allevamento intensivo di acari" o semplicemente "coltura batterica", e anche lì si era parecchio distanti dalle reali condizioni. Ma l'unica altra opzione (perchè una seconda opzione è comunque sempre presente, ma da non prendere neanche in considerazione) era girovagare tutta la notte per la città. Accettai il divano. E dormii pure saporitamente. Credo che gli acari abbiano ancora un ricordo leggendario di me e della mia pelle, e cantino tutt'ora Venditti. Io, sicuramente, ce l'ho della ragazza australiana, della tedesca con la golf targata Colonia, il brasiliano, il madrileño e il danese secco allampanato con cui scolavamo ettolitri di birra (alla Guinness devono avere le nostre foto appese al muro, migliori clienti del 1996), dei Rootjoose visti dal vivo in un locale poco più grande di una cabina telefonica a Temple bar, dei proprietari dell'ostello che ridevano delle mie difficoltà ma che comunque furono proprio loro, a dire alla ragazzona aussie: "Dai, per stanotte fallo dormire lì, quel disgraziato". Meravigliosi ricordi di quei mesi a Dublino. Tutti tranne quelle ore in cui mi sentii perso perchè erano completi, prima del magico annuncio australiano. Il giorno dopo la finale l'ostello si svuotò, magicamente, e potei tornare a dormire in un letto normale. Per le settimane a seguire la tv mostrava solo ed esclusivamente le immagini della partita, vinta dal Wexford County Board su Limerick, con il baffuto capitano che alza la coppa al cielo. Un particolare rimasto impresso nella mia mente soprattutto perchè la maglia del Wexford è Viola-oro. Visto che un paio di mesi prima, a Firenze, avevamo vinto la coppa Italia, quello fu un anno magico per le squadre Viola nel mondo. E comunque era meglio rivedere quello sport assurdo che qualsiasi altra cosa, sulla tv irlandese. Come nell'ostello cambiavano e mettevano il canale musicale, si poteva star certi che veniva mostrato il video della Spice girls che cantavano "Wannabe". Un continuo, perenne, martellante ritornello che udivi ovunque, a qualsiasi angolo delle strade, alla faccia dei rapporti non proprio idilliaci tra Irlanda e Inghilterra. E voi vi lamentate dei tormentoni estivi di Alvaro Soler.

Come sempre, quando comincio a scrivere, non la smetto più.

Due mesi fa, turno di notte.

Una sola camera libera. Ore 23 e qualcosa, neanche il tempo di controllare la situazione a inizio turno che entra una prenotazione. Doppia. Per l'appunto, l'ultima camera disponibile. Albergo completo. Alla via così. Nome spagnolo, attendiamo questi iberici.

I tipi si presentano di lì a qualche minuto: due omoni grandi e grossi che diresti giocano allo stesso sport di Castrogiovanni. Ma purtroppo modi bruschi, niente saluti o convenevoli, lo sguardo truce e malevolo di persone che diresti parte del ramo spagnolo di Jenny 'a carogna. Mi smollano sul banco documenti, carta di credito (che comunque è sempre un bel vedere) e l'intestazione per una ditta. Ti verrebbe poca voglia di sorridere, con persone così, ma devo farlo. E' il lavoro. Se lo meritano loro come i giapponesi.

Ho come un sospetto, che ci sia qualcosa che non va, che le cose non siano così semplici come i fatti ce li vogliano mostrare. Prendo i documenti e l'intestazione ma respingo la carta, che comunque è sulla prenotazione. Gli dò la chiave e li mando su in camera: una delle migliori, dei quelle ristrutturate più di recente.

Comincio a contare. Non arrivo a 10 che me li ritrovo davanti. Proprio come sospettavo, intuivo, subdoravo.

La camera è matrimoniale, e la vogliono a due letti.

Non sono uno che fa polemiche. Non mi importa se due fratelli (hanno lo stesso cognome, al massimo saranno cugini ma comunque parenti, come direbbe il conte Mascetti, da parte di fava) non vogliono dormire tra le stesse lenzuola. Gli faccio notare che sulla prenotazione non appare nessuna richiesta del genere. Loro, in maniera così educata che vorresti riportarli a Madrid del '36 e additarli alla folla repubblicana come membri della falange così da ottenerne l'immediato linciaggio, insistono che hanno indicato, in fase di prenotazione, "dos camas": due letti.

Tralasciamo un attimo il ragionamento per cui, se sulla pagina di un sito di prenotazioni alberghiere tizio indichi che la vuole a due letti questa sia assolutamente tale, come se aprire un menù a tendina facciesse magicamente apparire le cose come uno le desidera. Non è affatto detto che sia così. E' già tanto che hai trovato la tipologia che ti interessa (doppia, tripla, ecc.), non puoi pretendere che sia proprio con i letti del tipo desiderato, o con vasca piuttosto che doccia, se arrivi dopo 10 minuti 10 che hai prenotato e poco prima della mezzanotte. Ma sarebbe inutile. Fiato sprecato. Persone così non comprendono. Non arrivano a capire che, a orari del genere e con così poco (anzi, assente) preavviso, non si può avere tutto. Ci si becca quel che c'è, come dicevo all'inizio del racconto. Quindi tralascio. Prendo la prenotazione così come era arrivata, e stampata, poco prima. Rileggo. Non appare nessuna indicazione che sia a due letti. Gli mostro il foglio. Non c'è scritto.

Loro, testardi come "burro" (in spagnolo vuole dire mulo) insistono: abbiamo specificatamente richiesto due letti. Io alzo le spalle; che altro potrei fare? Semplicemente, ho solo questa camera. E non posso non farmi venire un sorrisetto sardonico, soprattutto di fronte al loro stupore e scocciatura.

In realtà sono parecchio scocciato anche io. Perchè queste due fave, con la loro prenotazione, hanno bloccato la camera. Per il mondo intero è venduta; per tutti coloro che visitassero il nostro sito o qualsiasi altra pagina di prenotazioni alberghiere, in quel preciso momento, troverebbe che l'albergo ha esaurito la disponiblità; è al completo. Invece non è affatto così. Ovviamente io avrei tutto il diritto di addebitare sulla loro carta di credito, visto che hanno pure fatto una non rimborsabile, ma è chiaro che costoro farebbero partire una polemica senza fine. Chiamarebbero il circuito di cui fa parte la carta per bloccare il pagamento, e altre simili amenità. Meglio lasciar perdere. Vado sul maledetto sito di prenotazioni per segnalare e cancellare. E vedere se, almeno in quei pochi minuti prima -o anche dopo- la mezzanotte, riesco a rivendere.

E a quel punto il più grande dei due, che intuisco essere il maschio alfa della situazione, afferra il cellulare, digita e telefona. Presumo in Spagna. Immagino a una collaboratrice, perchè la chiama per nome. E si mette a inveire, contro di lei, lì nella hall. Infarcendo la conversazione unilaterale (lui urla, lei ascolta, presumo piccola piccola che tiene il telefono a distanza) di parolacce iberiche. Che lui voleva "puta dos camas" (fottuti due letti). Se ne frega dei miei inviti ad abbassare i decibel. E intanto il fratellino minore (molto minore) se ne viene al bancone e mi rimprovera che non dovrebbe apparire, sul sito delle prenotazioni, il menù a tendina per la scelta tra due letti o matrimoniale, se non è possibile. Al che mi viene proprio spontaneo dire che "io faccio il portiere di notte, ca**o me ne frega?" E capita l'antifona, si ritira. Finalmente l'altro la smette di urlare e se ne vanno.

Pensate sia finita? Ora arriva il meglio.

Perchè anche se a Firenze non ci sono le finali di Hurling, abbiamo comunque incredibili, magnifici, splendidi monumenti e strepitose opere d'arte. Una percentuale in doppia cifra dei capolavori più grandiosi mai creati a memoria d'uomo è qui, in riva all'Arno, con l'invidia più feroce da parte di persone costrette ad accumulare trofei sportivi per totale mancanza di storia e cultura. Quindi la città è al completo più totale, non si trova una camera libera da nessuna parte.

Dopo neanche 10 minuti i due colossi spagnoli, loro si battuti, si ripresentano al bancone. Perchè avrebbero dovuto girovagare tutta la notte per la città. E quindi devono farsi andare bene quel che c'è, la sola alternativa, l'unica opzione possibile: la camera matrimoniale nell'albergo dove lavoro io. Grande, spaziosa, pulita, ristrutturata di recente e soprattutto senza l'ombra di un acaro. Mica come il mio divano irlandese. E loro che facevano tante storie, poveri cuccioli. Zitti e muti. Mi faccio rendere la "tarjeta" (la carta di credito) che, stavolta si, "infilo" (scusate il doppio senso) nel pos per un gustosissimo addebito nel loro più completo silenzio.

E, credetemi, fu una grande soddisfazione.

sabato 5 maggio 2018

Lo sguardo circospetto, assunto appena varcata la soglia.

La boccuccia chiusa, ma non serrata, a significare che "Ok, io posso pure fidarmi di te, ma bada a non farmi arrabbiare o ti aizzo contro la mia feroce belva"

La suddetta, feroce belva, è in braccio a lei.

L'espressione cagnesca di chi è pronto a dare la sua vita, per difendere la piccola padrona. Lo sguardo feroce del miglior amico dell'uomo quando entra in un ambiente che non conosce, ed è pronto ad attivarsi in modalità berserk, se solo trovasse un minimo accenno di pericolo.

E, al contempo, lo sguardo dolce e sereno di un pupazzetto di pelouche.

Ma

Io so

So che lui è vivo. So che lui e la padrona si parlano, interagiscono, condividono opinioni filosofiche. So che prendono il tè su un piccolo tavolino con le tazzine giocattolo (a casa loro, non certo qui in albergo). Magari lei non crea assurdi pupazzi di neve nel cortile di casa -essendo americana, ogni casa ha il cortile, ne sono assolutamente convinto- o trasforma semplici e banali scatole di cartone in improbabili quanto fantasmagorici trasmutatori di materia o duplicatori di persone, ma quello che ha in braccio non è un semplice cagnolino di pelouche. E' un cane vero. Il suo migliore amico. Proprio come Hobbes non è una tigre di pezza, ma una vera tigre in carne, ossa, artigli e battute sagaci, che parla e gioca con Calvin.

-Annie, chiedi al signore il numero di camera- le dice la mamma nella propria lingua, con lo sguardo benevolo e dolce di ogni madre quando la propria prole scopre nuovi, strani mondi.

Annie osserva, sempre con espressione sospettosa, quello strano, nuovo mondo, che non è altro che il sottoscritto, e nella sua dolce testolina si chiede se può classificarlo di classe M. Decide per il si. Pronuncia il numero della camera. Prendo la chiave, mi sporgo sul bancone e gliela passo.

-Grazie-

-Prego-

Poi si rivolge al cagnolino e gli dice -Dai Charlie, andiamo in camera a giocare-

E schizzano su per le scale, lei e Charlie, mentre io mi sciolgo nel guardarla e sentirla.

E niente, i genitori mi ringraziarono della premura, ma non poteva essere altrimenti. Non solo perchè erano una famiglia americana che comprò una camera tripla nell'albergo dove lavoro, contribuendo al fatturato dell'azienda e al mutuo dei lavoratori della stessa, sottoscritto compreso, ma anche e soprattutto perchè le mie figlie hanno già passato quell'età. Durante la quale anche loro, e tutti noi, avevamo un animaletto finto, non importa se un pelouche o un pezzo di plastica, con cui giocavamo, dialogavamo, litigavamo persino. Magari non lo ricordiamo più, ma c'è stato.

Bill Watterson ha sempre avuto ragione.

mercoledì 25 aprile 2018

Si parte malissimo:

"Ciao papi!"

Si parte malissimo perchè a Firenze non c'è niente di peggio che sentirsi chiamare "papi".

Noi abbiamo creato questa lingua. Noi siamo i geniali ideatori di un linguaggio forte, profondo, elevato. Noi siamo capaci di scrivere, in questa parlata, lunghissimi poemi solo per mandare all'inferno chi ci sta antipatico.

Conseguentemente a ciò, scoprire che la propria prole usa termini che potrebbero passare solo ed esclusivamente sotto l'etichetta di "blasfemia" e portare direttamente al rogo su pira appositamente allestita sotto Palazzo Vecchio, è qualcosa di devastante. Una sconfitta cocente, peggio che essere derubati di meritati scudetti e coppe uefa.

"Babbo! Ti impongo di usare termini appropriati e consoni!"

"Certamente, papi!"

E ride.

La fulmino con lo sguardo di Carrie, mentre sono intento nel rito italico della preparazione della sacra macchinetta del caffè, anche se più che per via orale dovrei assumerlo direttamente in vena, avendo dormito solo 5 ore stamani dopo un turno di notte devastante e in attesa di un ulteriore turno il 24. Con eventi che, con calma, mi metterò a scrivere in momenti successivi. Forse. Se mi riprendo.

Cosa niente affatto probabile.

"Orsù dunque, quale evento porta la dilei signorina, tra poco tredicenne (sabato, nda) presso questa parte della nostra magione a proferir termini cotanto scandalosi?"

"Non ho capito niente"

"Normale anzichenò"

"Devo studiare storia"

"Ah, la mia materia preferita. Hai scelto con saggezza"

"Non è che ci fosse molto altro da scegliere: mamma la odia e Gaia è ferma ai romani"

"Che stasera pugnano contro li vili angli"

"Eh?"

"Stasera c'è Roma - Liverpool"

"E tu per chi tifi?"

"Tapioca come foss'antani"

"Non mi fare quel personaggio e parla chiaro"

"La partita non mi interessa. Noi Anfield Road lo espugnammo dieci anni fa."

"E ora la Fiorentina come va?"

"Sabato abbiamo battuto colei-che-non-deve-essere-nominata, risultato storico"

"La Fiorentina femminile"

"In linea teorica, abbiamo vinto anche con quella maschile. Su rigore"

"Ok, ma ora devo fare storia. Sono alla rivoluzione francese"

"I giacobini avevano ragione e terrore o no, la rivoluzione fu una cosa giusta"

"Papi, non mi parlare sempre difficile"

"E' una canzone. Andiamo avanti"

"Ecco, è meglio.  Mi devi aiutare perchè ho sempre avuto difficoltà con le date"

"Qual'è l'evento culminante della rivoluzione?"

"La presa della Bastiglia"

"Avvenuta il..."

"14 Luglio 1789"

"E quale personaggio storico è morto nella battaglia?"

"Lady Oscar!"

Ridiamo. Come due scemi.

"Sai tutto, in che altro modo ti potrei aiutare?"

"Dai, devo ripassare! Sono 10 pagine: l'assemblea degli stati generali, il comitato di salute pubblica...."

"Il mio organo statale preferito dopo il Politburo. Ok, bevo questo caffè e andiamo di là"

"Senti, una domanda...."

"Sono qui apposta"

"Ma in Francia, il 14 Luglio.... è festa nazionale?"

"Ovviamente"

"E quindi hanno festa durante le vacanze estive? I ragazzi francesi non possono neanche stare a casa perchè la scuola è comunque chiusa?"

"Proprio così"

"Ma sono proprio bischeri! Non potevano far la rivoluzione quando c'era scuola?"

"Sono francesi, gli girano, i giornali che svolazzano... mica come noi, che la festa nazionale l'abbiamo domani"

"E siamo liberi!"

"Si, domani tutti noi più i vostri zii, tutti in gita"

"Ma tu hai la notte in albergo"

"Stanotte, ma non domani. Guida mamma. Sarò un pò cotto, ma me la faccio andar bene lo stesso"

E niente, mi abbraccia. Manca poco mi fa cadere il caffè, ma pazienza. Ci stava anche.

Oggi mi andava così. Scusate. La prossima volta torno a scrivere di storie d'albergo.

Buona liberazione a tutti.

venerdì 13 aprile 2018

Lavoro in albergo, faccio il portiere.

Fino a qualche anno fa, avrei potuto anche dire: gioco a pallone, sono un portiere.

Ce l'avevo già da piccolo, questa mania di fare il "guardia di porta": già allora sceglievo quasi sempre di stare lì, tra i pali -che molto spesso erano zaini coperti da giobbotti vari- a coprire il ruolo che nessun altro voleva. Non so spiegare perchè. Non hai mai una motivazione per una scelta del genere: è così, punto. Forse perchè è il ruolo più snobbato, quello noioso, frustrante, patetico, il lavoro sporco che "qualcuno deve pur farlo ma non sarò io", ma anche quello che ti dà maggiore epicità, senso della fierezza, novello Leonida che si erge in tutta la sua possanza, durezza, ginocchia sbucciate, e proclama "tu non passerai!" E se proprio uno passava, doveva essere davvero bravo.

Era lì, che nascevano le leggende del campetto.

Perchè al momento di scegliere le squadre quello che aveva vinto la conta si trovava con il tremendo dilemma, la terribile scelta, il grande dubbio: scegliere il campione, quello fortissimo che prende il pallone in difesa e scarta tutti fino ad arrivare in porta, o piuttosto il portierone, quello che le para tutte, che quando te lo trovi davanti, solo di fronte a lui, un attimo dopo ti sorride sarcastico con il pallone tra le mani, e non sai come ha fatto a portartelo via.

Quello che aveva perso la conta e sceglieva dopo, prendeva sempre l'altro.

Mai che si giocasse assieme, io e il campione. Era sempre una sfida tra me e lui.

Guardavo i cartoni animati del draghetto Grisù, quello che proclamava "io da grande sarò un pompiere!", ovviamente, cambiando il sostantivo finale. Lo sono diventato veramente, portiere. In tutti i sensi.

Solo che io, a differenza di quelli famosi, lo sono stato a livello di calcio a 5 amatoriale.

Non ricordo come finì quella partita. Certo, non erano i quarti di champions, ma un normalissimo incontro di calcetto amatoriale. Non era Madrid, ma un sobborgo periferico di Firenze, e neppure lì non ricordo quale: se quello dove accanto scorreva un fosso con annessa area paludosa e voraci zanzare-dracula che accorrevano liete al banchetto di quelli fermi sulle panchine, oppure il campo a ridosso di quelli da tennis, e ogni tanto pioveva qualche pallina nel campo (o anche il nostro pallone dai tennisti che, per ragioni a me misteriose, erano sempre quelli che si arrabbiavano maggiormente) o il campo accanto alla Faentina dove, al momento del passaggio del conviglio sferragliante, eri riempito di tremendi gas di scarico (sono ancora vecchi diesel), e il segreto era sempre: se la partita comincia alle 9, scegli il campo dalla parte opposta alla ferrovia, perchè qualche minuto dopo passa il regionale per San Lorenzo. E i gas si concentrano tutti in quella metà campo.

Comunque

Qualsiasi fosse la partita e qualsiasi sia stato il risultato, l'arbitro prendeva una decisione sbagliata dietro l'altra, e faceva arrabbiare tutti. Un perenne protestare per falli a nostro favore non concessi o incomprensibili colpi di fischietto contro di noi.

Voi direte: vabbè, ma è il calcio, ti appare sempre così. Ti sembra che te le dia contro, ma in realtà lui fischia i falli di gioco, ed è un caso, un'apparenza, se vi semra che ve le fischi solo contro di voi.

No.

Fidatevi, non è così.

Pure se li conoscevamo tutti, perchè gli arbitri delle associazioni sportive erano sempre quei 3-4, capita sempre la serata che, per motivi a noi completamente sfuggenti, quel bastardissimo ce l'aveva con noi. Che si alzava la mattina già inferocito, afferrava il foglietto delle partite della serata e decideva, seduta stante, che noi eravamo il capro espiatorio della sua giornata storta, e avremmo patito le pene dell'inferno arbitrale.

E non avevamo neanche la maglia Viola che di per sè, queste cose, le attira.

E così fu quella partita, quella sera.

Finchè a un certo punto

Ennesima decisione errata

Capanello dei nostri attorno a lui a protestare per una punizione inesistente

Mi avvicino pure io

e dico, semplicemente "stasera sei proprio pessimo"

Lui non ci pensa due volte

Estrae il cartellino sovietico

E, per la prima volta in tutta la mia carriera calcistica, me lo mostra

Rimaniamo tutti di sasso

Non ricordo il resto: chi prese il mio posto in porta nè come finì.

Quando i miei compagni tornarono negli spogliatoi io, ovviamente, mi ero giò docciato.

Chiesi, quasi più a me stesso che a loro -Ma che gli ho detto, di così strano?-

-Niente di strano, Mugna. Ma glielo hai detto in maniera "cattiva"-

Quindi

al di là del fatto che, da fiorentino, possa anche farmi piacere l'esito di certe partite

Una certa solidarietà, tra noi che giochiamo con i guanti, c'è e ci sarà sempre.

Arbitro pessimo.

sabato 24 marzo 2018

Essere sicuri, certi, convinti, di quel che si vuole. Di quel che si pretende. Di quel che ci si può permettere e si merita.

Sempre e comunque.

Perchè il problema non sono, nè mai saranno, i desideri incontestabili di ognuno di noi.

Desiderare una Ferrari. Prodotto italiano assoluto. Eccellenza italiana eccetera eccetera. Ma dal costo proibitivo per la stragrande maggioranza degli abitanti della penisola. Prodotta "da noi", ci piace dire, come se ogni italiano lavorasse alle catene di montaggio di Maranello. Niente di più falso. La Ferrari non è più vicina a noi di un kenyota o un peruviano che pascolano le proprie greggi rispettivamente nella savana o sull'altopiano andino. Ma un desiderio non si nega a nessuno. Tutti, noi, il kenyota e il peruviano, possiamo sognare di premere il piede sull'accelleratore e sentire il rombo del motore. Poi magari ce la possiamo anche fare; avere successo o, come diceva quel tizio, essere folli e affamati: diventare ricchi e comprarsela. Però, nella stragrande maggioranza dei casi, rimarrà tale: un desiderio inarrivabile. Ma va bene così. Sognare è gratis.

No, il problema non è il sogno.

Il problema sono quelli che potrebbero permettersi la Ferrari ma si comprano un'utilitaria convinti che gli doni le stesse emozioni di una vettura marcata cavallino rampante.

Quelli sono i peggio.

Perchè rendono la vita infernale al resto del mondo.

Coppia russa.

I russi arricchiti. I russi di successo. I russi con i soldi che gli escono dalle orecchie. I russi che "come siamo ganzi, come siamo ricchi, come siamo capitalisti, viva Apputin".

Prenotano una camera standard per una fraccata tale di notti che più che chiedergli la tariffa del soggiorno, gli si vorrebbe far pagare la rata condominiale. Ma purtroppo già il giorno dopo arrivano i nodi al pettine.

Si presentano ad un metro di distanza dal bancone e se ne stanno lì, piantati fermi come difensori davanti alla linea di scrimmage. In completo silenzio.

Provimo a chiedergli qualcosa, e loro neanche ci rispondono, neanche ci guardano, neanche ci degnano della minima attenzione.

Attendiamo, consapevoli di ciò che questo significa. E infatti, dopo pochi minuti, si palesa una signora russa italiano-parlante, una che vive qui e, in luogo della badante, riesce a vivere facendo la guida turistica per i suoi connazionali danarosi.

Parla con i ricconi e ci informa di quel che già sospettavamo: non gli piace la camera. E vorrebbero cambiare albergo.

Chiediamo cosa non gli piace, se c'è qualcosa che non va e come possiamo rimediare, e la guida riferisce, ma loro insistono: non vogliono restare qui.

Ok, se proprio insistono... e gli presentiamo la ricevuta. Per tutto il soggiorno.

Anche senza parlare altra lingua all'infuori di quella scritta in cirillico, leggono benissimo l'importo totale, e pare che non gli vada affatto giù. Vorrebbero pagare solo la notte che hanno trascorso qui.

Propongo di accompagnarli a vedere un'altra camera. Anzi, in questi casi è bene non chiedere e portare la gente direttamente su, perciò sguardo d'intesa alla collega che comprende al volo che dovrà tenere il forte da sola per qualche minuto, afferro la chiave, dico alla guida di seguirmi e chiamo l'ascensore. I 3, piuttosto straniti, mi seguono come topolini dietro al pifferaio. La guida prova ad accennare un "veramente loro vorrebbero..." ma la zittisco subito con un "prima possiamo vedere un'altra stanza, no?". Li facci entrare in ascensore e li porto su.

La camera, malgrado siano solo le 10 del mattino, è già pronta. Gli occupanti della notte precedente erano partiti la mattina presto, e la cameriera l'aveva pulita subito. Esco dall'ascensore e mi dirigo a passo sicuro verso la porta, attento a controllare che il russame mi stia alle calcagna. Infilo la chiave nella toppa, giro, spingo, entro, mi sfilo dall'ingresso e, tenendo la porta aperta, allargo il braccio sinistro per un tacito "prego, entrate".

Entrano. Mezzo metro di ingresso che si aprono in una bella stanza con parquet nuovo, lucido, brillante oserei dire. Sul fondo, un comodo divano rivestito di un colore caldo che invita a sedersi e rilassarsi. Di lato, l'ingresso ad un bagno nuovo, splendido, grande, con mobile in marmo ed una cabina doccia accogliente. Di fianco, un passaggio per accedere alla camera da letto, gradevole e comoda.

Ci sono altri motivi, oltre allo stipendio, se lavoro qui da anni.

I russi, che probabilmente il mio stipendio lo userebbero per uno spuntino da Paskowski, osservano la camera con apparente snobbismo e superficialità. Faccio notare tutti i particolari, che la guida ripete, e che si tratta di una camera superiore.

Usciamo. Mentre ci avviamo all'ascensore, riferisco che possono lasciare i bagagli pronti nella loro precedente camera, e avremmo provveduto noi, a spostarli in questa nuova. Che sarebbero stati benissimo. Che non avrebbero affatto rimpianto la scelta.

la guida traduce, e loro le dicono che hanno già prenotato un altro albergo.

-Come, hanno già prenotato?-

-Si. Al Baglioni-

Pietrificato. Rimango completamente pietrificato.

Il Baglioni. Il superlusso storico della città, a pochi passi da qui. Uno di quegli alberghi dove ci si dà del lei anche tra colleghi dello stesso reparto e il direttore ha la poltrona foderata in pelle umana. Dove i clienti sono persone che, come minimo, possiedono squadre di calcio di prima serie e osservano il personale con lo stesso sguardo che un leghista darebbe al più miserevole degli immigrati. Dove il pernottamento della più minima delle camere singole ha lo stesso importo di svariate rate del mutuo. La domanda percorre, disperata, su ogni neurone del mio cervello: se possono permettersi un posto del genere, che diamine ci sono venuti a fare, qui?

La guida parlotta con loro e poi mi riferisce, mentre la mia mascella è ormai a livello pavimento, che noi non siamo "alla loro altezza". E quindi hanno prenotato lì. Appena mezz'ora prima.

Cerco, alquanto difficilmente, di sopprimere l'ira funesta ed evitare di balzargli addosso e farne spezzatino come farebbe Pugacioff. Gli spiego che l'errore non è assolutamente da imputare a noi. Erano stati loro medesimi, molto tempo prima, a prenotare e bloccare una camera in questo albergo. Che per quel lungo soggiorno godevano anche di uno sconto. E se non l'avessero fatta, una prenotazione, quella stessa camera poteva essere andata presa da qualcuno che invece poteva, e voleva, permettersi un normale 3 stelle. Semplice, decoroso, pulito e alla sua altezza. Ma non aveva potuto farlo perchè se l'erano presa loro, e quindi niente sconto/rimborso/cancellazione: pagare tutto e poi potevano fare quel che gli pareva: restare qui nella camera che gli avevo mostrato, o andare al Baglioni (ed evito le rime).

Hanno pagato.

Lo sguardo imbronciato di chi pensa di essere nel giusto. La supponenza di chi domanda, ieri come oggi, "quante divisioni avete, in Europa?" La convinzione che un modesto 3 stelle gli debba assolutamente dare lo stesso piacere, nel soggiorno, di uno dei più lussuosi alberghi di Firenze. E se non ci riesce, è colpa dell'albergo.

Gli avrei dato altri 70 anni di comunismo.

La parte siberiana.

Lì, sul momento.

Seduta stante.

lunedì 5 marzo 2018


Tu sei una cameriera ai piani.

Hai il dovere di pulire, riassettare, spolverare, insomma tutto il cucuzzaro, le camere d'albergo. E' un compito importante e delicato, non è un lavoro da "se non ti va bene tanto fuori c'è la fila". Le pulizie occorre saperle fare. Si vede subito se delle lenzuola sono state messe da chi sa come si rifà un letto o meno. Se un bagno è lindo e sterilizzato a dovere. E' un lavoro duro e faticoso, e mai abbastanza valorizzato. Ma questo è un altro discorso.

Tu, dicevo, se una cameriera. Hai un pass e, davanti a te, la porta di una camera "in partenza". I clienti, li hai visti con la coda dell'occhio mentre eri in un'altra camera, sono usciti portandosi dietro i trolley. Quindi ora la "stonza", come diceva un epico personaggio cinematografico, è libera. Infili il pass nella toppa, giri, spingi, entri.

Senti un rumore. Una specie di piccolo "bzzz", come un cellulare in vibrazione su un ripiano di legno. Ma è un rumore continuo, senza interruzioni.

Ti avvicini a uno dei comodini di fianco al letto. Il rumore proviene da lì dentro. Non sarebbe la prima volta che i clienti lasciano oggetti nelle camere. Non sarebbe la prima volta che chiami al ricevimento per descrivere ciò che hai trovato, affinchè l'oggetto venga "registrato" in un apposito quaderno con tanto di data e giorno del ritrovamento. Non sarebbe la prima volta che riponi tali oggetti in un sacchetto e chiami il facchino affinchè lo porti in "deposito". Un luogo apposito per riporvi tali oggetti. In paziente attesa che il proprietario lo reclami. O del cassonetto.

Ma è la prima volta che un oggetto dà questo rumore.

Un pò titubante, apri il cassetto.

Voli, letteralmente, all'esterno. Afferri, dal carrello portabiancheria, un guanto in lattice. Lo indossi. Ne indossi un altro. Forse è meglio un terzo ancora, Pasteur approverebbe. Poi prendi un sacchetto di plastica. Torni dentro e, cautamente, con la punta delle dita, mentre nella tua testa circola furiosa la parola "schifo!", prendi l'oggetto rumoreggiante e ce lo infili. E tenendo il sacchetto per un lembo della grandezza di un micron, voli giù al ricevimento.

Dissolvenza. Stacco. Nuova prospettiva.

Sei un'addetta al ricevimento. O portineria. O reception, come la vogliamo chiamare.

Hai la responsabilità degli arrivi. Delle partenze. Delle prenotazioni. Di parlare con i clienti e dargli le informazioni sulla visita della città. Di rispondere alle mail, di aprire e chiudere disponibilità, insomma tutto il cucuzzaro. Un lavoro di responsabilità che ha comportato un discreto studio del mondo alberghiero, sospesi, ricevute e fatture, lingue straniere.

Hai un momento di pausa. Uno stacco tra clienti in partenza e quelli in arrivo. Tra telefonate varie. Uno di quegli istanti di pace, così rari in un albergo al centro di una storica città rinascimentale, dove è un continuo via vai di clienti e chiamate.

Invece no. Ti appare, trafelata e sconvolta, una delle cameriere. Nel suo strano accento italo-balcanico, strilla isterica che ha trovato questo oggetto. Ti smolla, lì sul bancone, un sacchetto. Poi fugge, inorridita.

E il sacchetto sta vibrando.

Corri in caffetteria. Afferri un guanto in lattice. Lo indossi. Ne indossi un altro. Forse è meglio un terzo ancora, Pasteur approverebbe. Torni al bancone e, cautamente, con la punta delle dita, mentre nella tua testa eccheggiano furiosamente termini inenarrabili verso le cameriere balcaniche che pure quelli di caccapound direbbero "Dai, basta con questo razzismo gratuito", riesci a spegnere l'oggetto. Poi, tenendo il sacchetto all'estremita per un lembo delle dimensioni di un micron, lo voli giù in terra, sotto al bancone.

Poi, fai partire la risata irrefrenabile. E molto, molto malvagia.

Stacco, dissolvenza, nuova prospettiva.

Siete due clienti. Provenite da una nazioncina del nord Europa nota per città medioevali, istituzioni europee, invasioni dell'esercito tedesco. Siete in vacanza nella culla del Rinascimento, in visita ai musei, le statue, i dipinti, affreschi e cattedrale, insomma tutto il cucuzzaro.

Un'affiatata coppia di mezza età, con il vostro amore sincero e appassionato, ma anche le vostre piccole perversioni. I vostri personalissimi e segreti piaceri. Cose che condividete solo tra voi. O chi ritenete voi. Qual che vi pare. Non sono affari di nessun altro, in fondo.

Almeno fino a che non tornate all'albergo fiorentino che vi ha ospitato. Da cui avete fatto, qualche ora prima, il check-out. E dove avete lasciato i bagagli per un ulteriore giro di Firenze. Bagagli che, siete convinti, contengono il vostro personalissimo contenuto. E d'altra parte le valigie sono chiuse a chiave.

Vi accoglie, sorridente come sempre durante quel piacevole soggiorno fiorentino, la banconista del check-out. Una persona piacevole, dall'aspetto sereno, dolce, sincero.

Ma stavolta, con un sorriso un pò strano. Diverso. Quasi perfido.

E capite subito il motivo.

Perchè avete lasciato, e ve ne accorgete istantaneamente e contemporaneamente, come se le vostre menti fossero una sola, un vostro personalissimo oggetto in camera. Non l'avevate chiuso in valigia. Non l'avevate ficcato tra maglie e pantaloni. Era rimasto lì, nel comodino accanto al letto, dopo che lo avevate usato. Ed era stato trovato dal personale dell'albergo. E ora, quella banconista così gentile, vi ricorda del ritrovamento.

Balzate, come un sol uomo, nel deposito bagagli. Afferrate furosamente le vostre valigie e, letteralmente, scappate. Mentre quella banconista, con la risata sardonica di una Regan MacNeil posseduta dal demone Pazuzu, vi rincorre fino alla soglia dell'albergo sventolando un sacchetto contente il vostro oggetto. Invitandovi a riprendervelo.

Cosa che non farete mai.
 

domenica 25 febbraio 2018

"Hablo en francés, con las mujeres; en italiano con los musicos, en alemán con los soldados; en inglés con los caballos y en español con Dios."
(Parlo in francese alle donne, in italiano ai musicisti, in tedesco ai soldati, in inglese ai cavalli e in spagnolo con Dio)
Carlo V d'Asburgo.

Sono nel retro, ufficio prenotazioni. Il lavoro più noioso da appioppare a un portiere: stare fisso al pc. Rispondere alle richieste di informazioni dei clienti. Quelli che prenotano una singola standard, e poi pretendono la doppia superiore con terrazza e vista, ignorando qualsiasi tipo di supplemento. Quelli che "ma io pago all'arrivo" perchè usano una prepagata vuota. Quelli che arrivano in auto e "ma io non voglio pagare per il garage", e corro con il telefono ad Ale, che fa il vigile, ed è pronto ad accorrere con il carrattrezzi. O, in subordine, un'ascia bipenne a due mani.

Poi arriva questa telefonata.

Normalmente rispondo con la verve accesa e squillante di un fiorentino a cui la var ha appena detto che si, è rigore, e si dà, ora, subito. Un bel sorriso, una voce squillante, un'espressione gaudiosa. Perchè al telefono si capisce, se chi è dall'altra parte sorride sul serio e sta facendo bene il suo lavoro anche se ha ancora il giramento di scatole perchè no, la var il rigore ce l'ha negato.

Mi risponde una MG42. Ma in spagnolo. Una caterva di parole a raffica nella lingua di Cervantes che
mi inonda il cervello.

Ora, io lo spagnolo l'ho studiato. Non sono una cima, non prenderò mai il DELE, non pretendo di leggere tutto il don Quijote, però una conversazione semplice con un turista in visita alla mia città riesco a sostenerla. Sono pure capace di leggere i fumetti di Mortadelo y Filemon. Ma questa non la capisco. Le chiedo, sempre nella sua lingua, di andare più piano. Attimo di silenzio, poi mi arriva questa risposta:

-¡Joder!-

Beh, questa l'ho capita.

Ribatte in inglese, con il tono piccatissimo di chi pretende il tutto e subito perchè ce l'ha solo lei e la concede a chi più le aggrada, se deve parlare in inglese. Controbatto che non ce n'è bisogno e mi può parlare nella sua lingua (de puta) madre.

-¡Coño!-

E riparte a tremila all'ora.

10 minuti. 10 interi minuti della mia vita e di preziosissimo tempo che potevo impiegare a stampare e inserire prenotazioni buttati al vento solo per capire, nel fiume di parole iberiche, che voleva semplicemente avere una conferma di aver prenotato giusto. Perchè la conferma via mail (prenotato con internet) non le bastava. Voleva sentire la voce di qualcuno, anche se "tu no habla para nada, el español".

Sarà, ma tutte le parolacce, compreso "Burro", "Hilipollas" e, tanto per non farsi mancare niente, "Maricon", le ho capite benissimo.

Prevedo un bruttissimo check-in. E un pessimo soggiorno.

Io prendo ferie. ¡Coño!

ps. abbasso Carlo V. Viva la Repubblica Fiorentina.