venerdì 24 marzo 2017

La gente ha bisogno di mille conferme.

Ha bisogno che gli si dica, venti volte, cosa fare. Dove andare, in che direzione muoversi, che oggetti/documenti portarsi dietro.

Non sto parlando di cose complesse, ma di banalità, di movimenti semplici e facilmente intuibili. 

Eppure, a volte, sono proprio quelli che li bloccano. Sono incapaci di reagire. Hanno bisogno dell’assistenza continua. Neanche abbiano paura di star per premere il tasto dell’autodistruzione.

Turno di notte, chiamano da un interno. Conversazione in spagnolo:

-Come faccio a spengere il riscaldamento?-

-C’è una macchinetta all’ingresso della camera, accanto alla porta-

-Ok-

-Deve mettere su off-

-Su off?-

-Si-

-E’ sicuro-

-Certo-

-E come fa ad esserlo?-

-Tutto ciò che è elettrico od elettronico, se è su off, si spegne-

-Mmh-

-Vada tranquilla. Metta off ed andrà tutto bene-

-Se non funziona, posso richiamarla?-

-Non ho gite in programma-

E riattacca, senza rispondere alla mia battuta.

Forse avrei dovuto dirgli che, mettendo il termostato su off, si attivava l’ordigno “fine di mondo”.

venerdì 17 marzo 2017

Niente polemiche. 

Io non sono contrario a nessuno dei due. Premettendo che sono un discreto camminatore (vado -e torno- al lavoro a piedi) e che comunque ho sempre con me i biglietti Ataf, credo che l'ultima volta che presi il taxi sia stato 5 anni fa, a Parigi. E solo perchè volevamo evitare, con valigie e ragazze, di trasbordarci da un treno all'altro prima di arrivare ad Orly.

Il problema è che, come ogni cosa, diventa una questione politica. Una stronzissima, merdosissima, schifosissima cazzo di questione politica. Dove ognuna della parti cerca, ed entusiasticamente ottiene, supporto politico da qualsiasi partito. A me non interessa. A parte questa mia fortuna di poter arrivare e tornare dal lavoro a piedi o con poche fermate d'autobus, da consumatore apprezzo sempre i bassi costi, anche a rischio di minore qualità. Quindi se vi fossero un numero maggiori di taxi e/o auto private che trasportano persone da un luogo all'altro della città con un minor costo, non potrei che apprezzarlo. Ma dato che così non è, cerco di evitare i taxi, od altri mezzi di trasporto pubblico -Ataf a parte- il più possibile.

Turno pomeridiano.

Ragazza spagnola che ha soggiornato da noi alcuni giorni. Tranquilla, serena, felice della vacanza nella culla del Rinascimento, non ha nessun difetto. Porta, invece, un cognome molto, molto famoso.

Cervantes.

Per una volta, posso anche scrivere il cognome di un cliente.

Spero, auspico, chiedo e pretendo, che voi che leggete questo bloghetto sappiate benissimo -non deludetemi, ma sono sicuro che così non sarà- come si pronuncia quel cognome. Anche se uno è totalmente digiuno di Castellano, dovrebbe sapere che la C iniziale si pronuncia come una S. Fosse solo per la meritata celebrità ottenuta dall'immortale autore del "Don Quijote".

Dicevo, turno pomeridiano.

In un giorno primaverile che uno vorrebbe quasi convincersi che in fondo il mutuo non è poi così importante ed un pomeriggio disteso sull'erbetta delle Cascine è enormemente preferibile (la direttrice della banca probabilmene sta avendo un infarto, e me la immagino che mi afferra virtualmente per un orecchio, mi solleva dall'erba del parco e mi trascina nuovamente al bancone con l'imperituro ordine di lavorare e ripagarla), entra lui: ragazzone con barba incolta di alcuni giorni, giacca, cravatta e l'occhiale scuro di chi è convinto di essere Jason Statham in "trasporter".

Non mi sta antipatico. Anzi. Fa il suo onesto lavoro di NCC (acronimo che sta per noleggio con conducente), e viene per portare, a o dall'albergo, i clienti che prenotano questo servizio in anticipo. E' una scelta, come è giusto ve ne siano nella vita: invece di un taxi, non prenotabile e quindi soggetto a file interminabili se non scioperi selvaggi particolarmente frequenti in questa nazione, l'NCC viene solo ed esclusivamente per te, ed all'aeroporto si presenta quando il tuo volo atterra ed ha anche il cartellino con il tuo nome. E con largo anticipo, per essere sicuro di non fare tardi.

Ora, questo ragazzone è passato da noi varie volte, quindi lo conosco di vista. Non è un cattivo ragazzo, lavora e credo neanche male ma ha... come dire.... una grettezza che a confronto anche il Ceccherini (e sto parlando di uno che non m'è mai garbato) appare un fine esegeta del buongusto. Una volta, portato un cliente dall'aeroporto, se ne venne fuori così: "Ovvia, per oggi ho finito. Ora si va a fia!"

Si presenta quindi al bancone. Ha il nome del cliente che l'agenzia gli ha mandato tramite sms. E, con pronuncia in italiano, tirò fuori questa stilettata:

-Ciao, sono qui per il signor CHERVANTES-

Credo di aver avuto un micro infarto. Che il mio cuore si sia, per un nanosecondo, fermato ed abbia detto al cervello:

-Senti, io non ricomincio. Basta, 'un se ne pole più-

-Non credo che il Marce lo apprezzi-

-Io dico di si, lo hai sentito quello? Chervantes! Con CH dure! All'italiana! Io mi rifiuto di continuare-

-Passaci sopra, ti prego, sei passato sopra a ben di peggio-

-Ma questa 'un si pole sentì!-

-Fallo per me, per favore-

-E vabbè-

Provo a dire, a questo NCC, la pronuncia corretta:

-Ehm, si dice Cervantes (Servantes) ed è una signorina, non un uom....-

-Ma ce lo avete voi, questo CHERVANTES?-

......

-Si, è da noi. Dovrebbe tornare tra poco, ha i bagagli in deposito-

-Bene, lo aspetto. Tanto sono arrivato in anticipo, come sempre-

Dopo di che, si stravacca sul divano della hall e, tra una grattata di parti intime e l'altra, passa tutto il tempo di attesa di quello che pensava essere un uomo di nome -sigh- CHERVANTES, rovesciandomi addosso tutto l'odio che solo gli NCC provano per il tassisti.

Ora, lungi da me, come ho detto all'inizio, entrare nella polemica, ma in quel momento tutto quel che pensavo era:

Perchè?

venerdì 10 marzo 2017

Felicità è una ragazza che dice "Si", qualsiasi fosse la domanda che gli hai posto.

Felicità è essere al piazzale. La sera. E vedere. Ammirare.

Felicità è il profumo che emana una bistecca del peso di un'utilitaria appena gettata sulla brace.

Felicità è GianMatteo che si butta sulla sinistra (la destra, per me che osservavo dalla Fiesole) e devia il rigore calciato da uno dei giocatori di colei-che-non-deve-essere-nominata.

Felicità è essere in vacanza e, semplicemente, godersela. Senza farsi problemi, senza crearne, senza polemiche.

Felicità è una bambina piccola che improvvisamente, incrocia lo sguardo con il tuo e sorride. Il primo sorriso della sua vita.

Ed anche se non è il primo, quando spalanca quella bocca e mostra i suoi pochi dentini, ti sorride la vita.

 

 

Coppia giovane con bambina.

La camera è già predisposta: letto matrimoniale, vasca e culla, rigorosamente gratuita. Perchè i bambini sono sempre i benvenuti. Perchè sono il futuro, sono quelli che comanderanno dopo di noi, sono il rinnovamento. Sono la vera ed ultima ragione di vita e senza di loro, semplicemente, il mondo bipede finirebbe nel giro di una generazione.

Lei, bipede, lo è da poco, pochissimo.

Da dentro il passeggino, questa frugoletta con capelli ricci, carnagione olivastra e due occhi più neri della pece, mi osserva con la boccuccia aperta. Scruta attentamente ogni mio movimento, gesto, mossa. Faccio il check-in ai genitori, abbasso lo sguardo su di lei ed incrocio quelle pupille nere. Apro la mappa della città per spiegare ai genitori dove si trovano monumenti e musei della città, e come provo a volgere nuovamente la vista al passeggino, quegli occhi sono ancora lì che mi fissano senza sosta, senza soluzione di continuità.

Allora te la cerchi, ragazzina.

-Ciao, ma lo sai che sei bellissima?-

E lei si ritrae nel passeggino allargando una boccuccia da cui spuntano pochi, solitari dentini.

Ecco, mi sciolgo come una noce di burro in padella.

E niente, tutto qui. Nessun cliente problematico che ha il gravissimo ed inaccettabile problema del wifi non funzionante su apparecchi costosi quanto il buco di una banca senese e che non sanno assolutamente come usare, no stracciamaroni che bussano alle 3 di notte chiedendo camere per sesso perchè "ho trovato una che ci sta, fammi poco", tizie che non vogliono fornire carte di credito perchè "ho viaggiato in tutti gli alberghi del mondo e non me l'ha mai chiesta nessuno", o quella che, con la preautorizzazione, non può usare la carta di credito a Natale per "fare i regalini"; od il tipo che, alla partenza, esprimendo dubbi sulla preautorizzazione, se ne venne fuori "Io ve apro er *ulo". Tutto vero, ed un giorno scriverò anche di costoro se mi fa tempo e voglia. Oggi no. Oggi voglio solo ricordare una coppia di una nazione nordafricana in meritata vacanza in Italia, probabilmente elementi della ristrettissima, illuminata e spaventosamente ricca elite borghese del loro paese, e della loro bellissima bambina che mi sorrideva. Ogni volta che entravano od uscivano dall'albergo lei, in braccio ora al padre ora alla madre, attendeva gli stupidi versi che ogni adulto fa ai bambini di poco più di un anno, e chi scrive in particolare, per poi ridere e buttarsi al collo del genitore, agitando braccia e gambe. E poi rialzare il busto e tornare a guardarmi, attendendosi altri versi per un gioco infinito.

Con una clientela così, fare il portiere d'albergo è davvero il mestiere più bello del mondo.

lunedì 6 marzo 2017

Ragazzi che lavorano duramente.
 
Ogni tanto se ne accorge anche qualche cliente.
 
 

venerdì 3 marzo 2017

La composizione della mia divisa da portiere d'albergo è la seguente:

-camicia bianca; ok, si, a volte celeste, nel qual caso invece della cintura uso le bretelle. Dovreste vedermi, mi sento Gordon Gekko, e ci provo un discreto gusto;

-pantaloni neri;

-giacca uguale; vediamo di non fare troppo sarcasmo con la combinazione cromatica giacca-pantaloni e camicia. E' un gessato, con sopra il logo color oro della ditta;

-cravatta color amaranto-oro. Quest'ultimo è coordinato con il colore del logo, appunto.

L'altro giorno passavo da Stratagemma, il negozio di giochi da cui, da vent'anni, mi servo; pusher ufficiale del mio divertimento ludico, dovrei averci speso, con mia completa ed assoluta soddisfazione ed infinita costernazione di mia moglie quando mi vede rientare con i sacchetti del negozio, l'equivalente di una dozzina di rate del mutuo. Oltre al fatto che hanno venduto una discreta quantità di copie del mio libro fino all'effettivo esaurimento.

Yuka, commessa nippo-italica, come sono entrato, mi ha squadrato attentamente e se ne è uscita con queste meravigliose, splendide, immortali parole:

-Ehi, ma sei elegantissimo! Con la cravatta dei colori di Grifondoro e gli occhialini... sembri Harry Potter-

Gongolavo come un bimbo. Non c'è niente che faccia più piacere dell'assomigliare al proprio eroe preferito, ed essere pure additato come tale. Da bambino mi facevo crescere i capelli per sembrare Antognoni, ma già allora si vedeva come il mio ruolo fosse quello del portiere, e dovessi concentrarmi ad afferrare il pallone con le mani perchè con i piedi ero un disastro su tutta la linea. Poi seguii per anni Jeff Healey, ma la mia capacità chitarristica è sempre stata una tristezza immensa, che mi fischierebbero anche se andassi a suonare Check Berry ad un concerto liceale degli anni '50. Quindi non mi rimane che interpretare il maghetto in età matura, e pare ci riesca bene, cicatrice a forma di saetta a parte. Domo arigato, Yuka-chan. Ora tocca offrirti una burrobirra. Non tutti hanno questa sensibilità ed intuizione nerdistica.

Stazione SMN. Giorno.

Sono uscito dal lavoro verso le 18. Ho passato quasi un'ora dentro Feltrinelli, a spulciare volumi e cercare qualcosa che mi piaccia, perchè non sopporto l'idea di comprare volumi on line, e non c'è niente di più bello e meraviglioso che stare in piedi a sfogliare pagine, gustandone l'odore di nuovo e leggendo veloci, fugaci parole. Quelle che devono invogliarmi all'acquisto (di solito ci riescono benissimo). Poi esco e torno a casa. Le 19 è l'ora giusta perchè sono appena usciti quelli del regionale da Chiusi, e quindi il binario 16 è libero e disponibile al mio percorso a piedi verso casa.

-Ehi! Ehi, lei-

Le mie cuffie stanno sparando "City of love", e mi scoccia alquanto interrompere un pezzo che, diamine, adoro da matti. Ma l'urlo che arriva alle mie spalle sovrasta anche la musica degli Yes.

Mi giro e tolgo gli auricolari. Davanti, agitato come una gazzella che scopre di trovarsi in mezzo al branco dei felini predatori, un tipo filiforme, maglia e pantaloni, neri ed una quantità di tatuaggi che pure Fedez direbbe "Ehi, te si che ci hai dato dentro, eh"

-Oh, ma il treno per Chiusi, quando parte?-

-Guardi, questa divisa non è delle ferrovie, io lavoro in un albergo, non conosco gli orari dei treni-

Vivo in Toscana, sono figlio di un cacciatore del Casentino, uso a giocare spesso a briscola e tressette con gli amici, ex iscritto al PCI per decenni. Dovrei essere abituato alle sacramentazioni. Ma quel che arrivano alle mie orecchie sono tante e tali che non mi stupirei se arrivasse giù Cristo in persona, prendesse questo tipo per la collottola e gli desse una bella e sonora ripassata per quello che sta dicendo sulla sua famiglia.

-Guardi, non c'è bisogno di bestemmiare così. Non è mica colpa mia. E' una divisa, se nota bene non ha il logo di trenitalia-

-Ma che ca**o ne so io!-

Dev'essere il mio personale's karma: una bella giornata di lavoro con turisti rilassati e sereni, ed il rompiballe me lo ritrovo alla stazione.

-Comunque oggi il treno non credo riparta. C'è sciopero regionale, da stasera-

Credo che le sue urla le abbiano sentite anche a Pescasseroli, probabilmente derubricate alla voce "Senti lì, a Firenze ni girano ancora dell'eliminazione coi'Borussia"

-Ed ora che ca**o faccio, a Firenze?-

Come se a me interessasse qualcosa del perchè è a Firenze, le motivazioni per cui è venuto qui, oggi

-Mi spiace, so solo che c'è sciopero, termina domattina alle 8-
 
E lui, continuando a bestemmiare come se non ci fosse un domani:

-Devo stare a giro in città tutta la notte, prima del treno di domattina!-

E se ne va in direzione uscita.

Lo osservo un attimo, mentre cammina caracollando ma perseverando nell'agitare braccia e demolire pantheon vari, poi me ne vado anche io, direzione opposta. Ma discretamente soddisfatto.

Non c'era nessuno sciopero.

venerdì 24 febbraio 2017

Ho sempre pensato che fosse qualcosa in più di un semplice dipinto.

Che dovesse andare oltre all'idea di canone perfetto di ideale femminile, così come il David lo è per quello maschile.

Che quello sguardo così innocente e sereno al tempo stesso fosse anche quanto di più sensuale si potesse trovare, e che neppure una Scarlett Johansson in un film di Woody Allen abbia la benchè minima possibilità di reggere il confronto.

E dato che è fiorentina, mi piace immaginarmela mentre passeggia per le vie del centro a rimirarsi i nostri gloriosi monumenti rinascimentali. Mentre sale sulla tranvia e pensa "O quanto ci s'avrà ancora da patire, prima d'avecci quell'altre du' linee?". Mentre esulta, sugli spalti del Bozzi, all'ennesima vittoria della Fiorentina donne (su quella maschile, caliamo un velo pietoso...).
 
 

I clienti, in albergo, dimenticano un sacco di oggetti.

La stragrande maggioranza di questa roba finisce in un sacchetto con sopra scritto data e numero camera, e poi lanciato in uno stanzino stracolmo del più classico materiale di un albergo: reti di letti, materassi, specchi, pezzi di bagno di ogni tipo e dimensione, pannelli di cartongesso... buttiamo tutto lì, che diventa un pò come la tasca di Eta Beta.

Tranne questo

Un quadro. Anzi no, scusate: un dipinto, perchè è senza la cornice. Che a vederlo così, di primo acchito, si pensa ad uno di quelli in vendita, per strada, dai numerosi ambulanti africani in città, e prodotti in serie in una stamperia del Quandong. Ed invece, ad osservarlo con attenzione e toccarlo, si capisce che è veramente una cosa fatta a mano, artigianale.

La Venere di Sandro Filipepi, detto il Botticelli. La cui originale completa è nella Sala a lui dedicata della nostra Galleria degli Uffizi. Una fiorentina unica e meravigliosa.

Forse un critico d'arte serio direbbe che è stupido, banale, infantile, addirittura un'insulsa e patetica riproduzione. Ma a noi piace. Dimolto. Lo appendiamo in ufficio, dietro al bancone del ricevimento, dove gli faccio la presente foto.

Poi il cliente che lo ha lasciato in camera ci scrive.

Era una famiglia di un paese della Ex Yugoslavia. In un buon italiano, ci dice che l'ha dipinto la figlia, una ragazza grande che studia, per l'appunto, arte.

Chiamiamo la compagnia di spedizioni con cui lavoriamo per una valutazione sui costi di invio del dipinto. Trattandosi di una nazione che non fa parte della Ue, benchè sempre in questo continente, i costi doganali sono, semplicemente, una fispola. Il che dovrebbe dare un'idea chiara sul fatto che essere uniti e restare nell'Unione è sicuramente più conveniente che non mettersi a giocare alle brexit.

Per il cliente è chiaramente un costo troppo alto, pure se si tratta di un dipinto della figlia. Ma lui ha un piano alternativo. Ci chiede di tenerglielo, e lo facciamo con piacere, facendo ora parte dell'arredamento. Poi, dopo un 3-4 mesi ci riscrive che un suo amico è di passaggio a Firenze, e passerà a ritirarlo. Ci fornisce nome e cognome, uno di quelli che, a leggerli, sembra uno dei tanti giocatori balcanici della Fiorentina. Noi rispondiamo ok, impacchettiamo e mettiamo in una sporta di plastica sotto al tavolo di Eva Kant, il capo ricevimento. E lasciamo quella parete tristemente vuota.

Fine settimana scorso. "Addavvenì baffone" Maurizio si affaccia nell'ufficio prenotazioni: è arrivato il tipo a ritirare il dipinto. Con una certa tristezza, prendo la sporta e vado al bancone a consegnarlo a questo balcanico sorridente che sembra appena uscito da un film di Kusturica. Poi torno nel retro e scrivo all'ex cliente che abbiamo consegnato il dipinto al suo amico.

Ma quella parete, adesso, appare così tristemente vuota.
 
Ma... lo sai icchè c'è?

Io la prossima settimana faccio fare forca alle mi figliole e le porto agl'Uffizi. A vedè l'originale.

In fondo, l'è solo a du' 'hilometri da qui.

venerdì 17 febbraio 2017

Vivono in mezzo a noi.

Sono come noi.

Sono -gli dei ci proteggano- parte di noi.

Ma ogni volta che ne incontro qualcuno, lo shock è sempre garantito.

 

 

Gruppo di italiani della mia età. Più di una dozzina di camere doppie uso singolo di gente proveniente dalla regione appena a nord di questa.

Il che porta a due conseguenze:

1- quattordici emiliano-romagnoli che si riuniscono a parlare davanti al bancone durante un turno pomeridiano significa che "soccmel" mi rimbomberà nella testa fino alla mezzanotte. E pure durante il sonno.

2- capire chi sta dove: tizio è davvero alla 122 od ha fatto a cambio con caio della 212? E perchè, se so che la prenotazione è per 14 persone, ho solo 10 copie di documenti d'identità?

L'arcano sarà risolto dopo un paio d'ore: una persona non aveva dato il documento ("Oh, devo dare la carta d'identità?" "Si signora", mi spiace, ma in Italia abbiamo vissuto un periodo, neanche tanto lontano nel tempo, chiamato "anni di piombo" quando ancora l'islam era la versione sfigata del cristianesimo), mentre 3 dovevano ancora arrivare perchè avevano preso un treno diverso. Perchè? Boh. L'organizzazione emiliano-romagnola è strutturata su parametri paragonabili ai dipinti di Escher, e mi risulta incredibile che abbiano creato un'azienda come la Ferrari. O forse si, visto che non è più di loro proprietà. In effetti non è neanche più italiana.

Comunque

Ad un certo punto spariscono tutti. Tranne lui. Il mio stesso numero di anni ma una quantità venti volte maggiore di tortellini e che, piazzato sul divano della hall, mi chiede com'è lavorare in albergo.

In che modo cominciare a descrivere questo impiego? La vita sociale distrutta per turni pomeridiani che terminano alle 23? O quelli notturni che cominciano alle 23? Od i fine settimana qui sul pezzo, mentre il resto del mondo è a "giringiro"? I clienti che pretendono la camera doppia con la vista quando prenotano una singola? Od il piacere di quelli che mi stringono la mano dicendomi "Magnifica città, complimenti" come se l'aver tirato su Duomo e Palazzo Vecchio fosse tutto merito mio.

-Beh, non è un lavoro facile, ma pur sempre un lav...-

-Una volta le cose erano più semplici-

Ok, sei uno di quelli che vuole parlare solo lui. Va benissimo, tutto per far piacere ai clienti. Tu parla, io ti ascolto e riesco anche a lavorare. Ormai posso fare un check-in senza guardare video e/o tastiera.

E costui, alzatosi -non senza una certa difficoltà che passa sotto il nome di "movimentazione girovita"- dal divano della hall, mi si piazza davanti al bancone sparandomi un pippone che, su internet, si trova solo in pagine con titoli tipo "MASSIMA DIFFUSIONE!!1!!!11", sulla manipolazione degli uomini causati da forze oscure che "ci stanno facendo questo!!11!!1". (Bei tempi, quando le forze oscure distruggevano pianeti con fantastiche e mirabolanti astronavi a forma -e grandezza- di Luna). E termina il discorsetto con

-Ci stanno avvelenando con le scie chimiche-

lasciandomi di sasso.

Avevo sempre pensato che pagine fb di quel tipo fossero enormi, solenni, pazzesche ca**ate messe su da allegri buontemponi per farsi due risate. Invece no. C'è chi ci crede sul serio. Avevo uno di questi esemplari davanti. E mentre sono lì che lo guardo con l'espressione che recitava "O grullo, quando finisce questo scherzo?", lui mi guarda serioso e se ne esce fuori così:

-Sono metalli pesanti-

E poi arrivano i 3 emiliani mancanti, e si salutano tutti calorosamente e lui, finalmente, mi lascia al mio stupore. Ma mentre faccio il check-in e registro questi 3 nuovi documenti, non posso fare a meno di pensare che, ai miei tempi, i metalli pesanti erano un branco di ragazzetti con capelli dietro la schiena, giubbotti di pelle neri borchiati e chitarre collegate ad un boss hm-2 con livello distorsione settato alla massima potenza. Ed aspiravo pure ad essere uno di loro.

Aridateme gli '80.