domenica 18 giugno 2017

Post serio, serissimo
Lavoro in albergo, sono un portiere
Alcuni dei miei colleghi non sono italiani
Sono stranieri
Alcuni europei, alcuni no
Alcuni sono qui da poco, e non parlano benissimo l'italiano
Altri sono qui da decenni, fin da quando erano bambini, ma sono ancora considerati stranieri
Lavorano con me, al mio fianco o di altri colleghi italiani, ed hanno le loro trattenute in busta paga, ma non fanno parte di questo paese
Ora, non voglio rimettermi a parlare della legge sullo ius soli. C'è già una discreta polemica politica a giro. Direi che basta e avanza
Ovviamente trovo assurdo che persone che sono qui da così tanti anni siano ancora considerati cittadini di serie B. Soprattutto se sono di paesi che fanno parte di questo continente. Da europeista, vorrei che qui fosse come negli Usa: che ci si sposti da uno stato all'altro, sempre americani sono.
Qui no.
Alla faccia dell'Europa Unita, viviamo ancora a comparti stagni. Invece di realizzare una vera Unione, magari con una tassazione uniforme, una previdenza sociale unica, un sistema che sia il più possibile simile ovunque, da Lisbona a Tallin (Londra esclusa, ma è quel che hanno scelto loro) siamo ancora tanti staterelli con le loro leggine.
Che da queste parti diventano leggine del ca**o, e scusate Oxford
E la peggiore di tutte è la legge Tremaglia.
Tremaglia è stato un politico italiano, morto qualche anno fa. Ebbe la stratosferica pensata di realizzare la “circoscrizione estero”. Gli italiani che vivono fuori dalla penisola possono votare ed eleggere 12 deputati e 6 senatori.
Ebbene, prima ancora dello ius soli e di fornire una facilitazione alla cittadinanza per chi risiede qui da anni, la legge Tremaglia permette il voto a chi, qui, non ci vive.
Dimenticatevi un attimo il problema della nostra emigrazione odierna, e dei giovani che viaggiano (e, aimè, muoiono in palazzi londinesi perchè le leggi sulla sicurezza laggiù, incredibile ma vero, sono più lasche e sciatte che qui). Chi risiede fuori da poco tempo ha anche una ragione per chiedere di votare per il parlamento italiano.
Il problema è che ci sono casi peggiori.

Albergo, giorno.
Coppia argentina che si presenta al check-in. Belli esuberanti e felici di stare in vacanza, esordiscono con il loro classico, tradizionale accento di Buenos Aires che qui, scritto, non è possibile riprodurre. Ma il vostro, che ha studiato il castigliano abbastanza per capirlo, si esprime con tale accento suscitando subito ammirazione. Soprattutto grazie ad un paio di battute su quello stupefacente bomber che avemmo l'onore di veder giocare in maglia Viola negli anni '90 e che suscitano subito simpatia. Dopo salgono su e scoprono che la camera non è di loro gusto, ma magari soprassiedono dal fare lamentele perchè “il portiere è simpatico”. Piccola psicologia che aiuta.
Mi presentano i documenti per la registrazione: passaporti italiani.
Ora, registrare come “italiani” persone nate e residenti all'estero non è affatto semplice. Perchè il gestionale ha memorizzati tutti i comuni italiani. Se mettiamo nazionalità e cittadinanza italiana, ci richiede anche il comune, sia di nascita che di residenza. E Buenos Aires non c'è come tale. Neanche Montevideo. Alla fine mettiamo la loro vera nazionalità, e solo alla sezione sull'emissione documento mettiamo “Italia”.
Ma non è il problema con il gestionale, il punto. E' che costoro se ne escono fuori così:
“Si, somos italianos” si esprimono quasi a confermare che lo spagnolo non è altro che italiano con la s in fondo, ma il resto della conversazione ve la scrivo nella lingua di Dante “abbiamo anche votato, alle ultime elezioni”
“V-veramente?”
“Si, abbiamo votato …...” mettere un partito a caso. Non ci interessa quale.
“Ma venite spesso, in Italia?”
“Questa è la seconda volta, nella nostra vita”
Rimasi così, di sasso. E loro insistettero, affermando anche, con un certo orgoglio, l'opportunità che gli era stata fornita dall'ex deputato e senatore, non più tale per interruzione di esistenza.
Queste persone, che non risiedono in questo pezzo di pianeta, che non lavorano in questa penisola, che conoscono si e no due parole d'italiano, che non pagano le tasse in questo territorio e ci vengono in vacanza due volte in tutta la loro vita, hanno la possibilità di votare e decidere il governo che dobbiamo avere solo ed esclusivamente noi.
Non loro. Noi.
Forse a voi che mi leggete può anche far piacere se doveste scoprire che queste persone hanno votato il vostro partito e/o movimento, ma comunque rimane il fatto che altri fuori da qui hanno deciso per noi. E' come se arrivassero dei tizi da fuori che vi dicono cosa dovete mettere in casa vostra, se il parquet o la ceramica, se le persiane o le tapparelle avvolgibili, se apparecchiare con la tovaglia od usare le tovagliette all'americana.
Io la trovo di un'assurdità senza precedenti.
Ripeto: non voglio entrare nella polemica dello ius soli. Trovo pazzesco, bruttissimo, orribile trattare così male, come se fossero degli intrusi, amici e colleghi di lavoro, persone che sono fianco a fianco a noi in tanti momenti della nostra vita, sia sul lavoro che spesso anche fuori. Ma almeno è una decisione che ci prendiamo tra noi italiani che qui ci viviamo. Ce la cantiamo e suoniamo da soli, come si dice in questi casi.
Ma che a decidere per noi siano altri, ecco, questa la trovo la più grande delle assurdità.

Cancellate Tremaglia.

Ora.

martedì 13 giugno 2017


Il caldo opprimente che fiacca il fisico, che comincia ad accusare il peso degli anni.

L’afa devastatrice che ti fa credere che, in fondo in fondo, un’era glaciale non sarebbe poi tanto male, se non ci fossero i Trump di turno a rovinare accordi.

Quei pazzeschi momenti in cui capisci cosa provava l’acciaio forgiato nelle fornaci di Tankograd da russi troppo giovani per diventare fanti, e che sarebbe finito a corazzare i mezzi pesanti dell’Armata Rossa.

La giornata è troppo calda per starsene chiusi in casa ad attendere la sera.

Piscina. Subito. Approfittare della giornata libera per rinfrescarsi.

Tabella di marcia rispettata al millimetro, le borse con i teli e le cuffie, la crema abbronzante con cui inondare la pelle di giovani ragazze in pieno sviluppo.

Una volta, si ambiva a farlo a tutte le giovani fanciulle presenti a bordo vasca, ma a 47 anni lo si fa per proteggere la carne della propria carne, ed anche un vero T-34 sovietico non avrà mai sufficiente potenza di fuoco per eliminare dalla faccia della Terra i giovani maschi che cominciano ad osservare bramosamente le mie figlie.

Dopo una decina di minuti hanno uno strato di 5 millimetri di crema solare.

-Ok ragazze, ora tocca a me. Alla parte davanti posso pensarci io, ma la schiena, non essendoci oggi la mamma, dovete farla voi. Dateci dentro, lo sapete che il vostro babbo comincia ad essere sull’anziano andante-

-Povero papone vecchiarello, ti daremo una badante-

-Giovane e carina, mi raccomando-

-Si, te la sogni-

Hanno risposto davvero così.

Linguacce pronte. Per quel che riguarda lo spargere la crema solare, invece, hanno ancora parecchia strada da fare: entro in turno di notte con sulla schiena un’abbronzatura a pois. Macchie carbonizzate presenti ovunque, dal collo in giù.

Cliente in singola. Signora che fa a gara di ribasso con l’ex ministro Brunetta. Gli anni che si porta dietro come in valigia, così, da conservare nel caso ne avesse bisogno, perché in vacanza lei viaggia ed ha l’energia di una ventenne. Come facciano e dove trovino l’energia, le persone come lei, è un mistero per me insondabile, un Fatima 2.0. Io in certi giorni, soprattutto quelli del caldo attuale, ho difficoltà pure a raggiungere il divano.

Mi chiede la chiave ma, prima di avviarsi all’ascensore, scopre la presenza di una tabella con il tempo atmosferico della città per i prossimi 3 giorni, tabella che stampiamo su un A4 e poniamo in bella vista su un apposito espositore a beneficio di tutti. Semplice, di facile impatto, comprensibile al popolino tutto, lo osserva come farebbe un egittologo che ha appena trovato, nella tomba inesplorata di un faraone, una lattina di una bibita gassata. Lei lo prende, lo studia e, gli Dei mi sono testimoni, lo gira dall’altra parte. Poi, dopo attento studio, lo ripone al suo posto nel modo giusto. E mi pone, in inglese, una domanda:

-Com’è il tempo domani?-

-Caldo e soleggiato-

-E com’era OGGI?-

-.. ehm… caldo e soleggiato-

-mmmmh-

-Lei è arrivata oggi?-

-No, sono qui da 4 giorni-

E poi entra in ascensore.

Non voglio sapere perché me lo ha chiesto.
E non lo volete sapere neanche voi.

giovedì 8 giugno 2017


A me, lo sport in tv, non piace.

Ma punto. Punto proprio.

Io lo devo vedere dal vivo. Sul serio, in tv mi fa l'identico effetto di Insinna ed i suoi scatoloni. Di più, lo stesso ribrezzo del programma di Ricci ed i suoi inviati simpatici come un brufolo su una chiappa (striscia la notizia è uno dei programmi più stronzi che vi sia. E' una delle cose più insopportabili della tv, lo sopprimerei per decreto presidenziale). Quindi no, non guardo le partite di calcio in tv. Non lo faccio per la Fiorentina, figuriamoci per la finale di colei-che-non-deve-essere-nominata.

Coerentemente, mi sono rifiutato anche di postare, sul mio diario, le facili immagini a presa in giro sulla loro sconfitta. Dopo di che, come mi ha scritto un amico privatamente, non posso non ammettere che fa piacere vedere una squadra in maglia Viola, come aveva il Real in finale, fare gol proprio a loro. Ma in fondo in fondo, non è la stessa maglia, dai. Due battute, poi basta. C'è un limite pure alla perfidia. Anche se tutta privata.

Prima di mettermi a fare questo lavoro e trovarmi con i fine settimana occupati dai turisti che vengono a soggiornare nell'albergo e visitare i nostri monumenti, passavo parecchie domeniche sugli spalti del Franchi. Vidi l'epico 1-0 del 6 Aprile '91 dalla Fiesole, con la punizione perfetta di Fuser e la parata di GianMatteo Mareggini sul rigore calciato da non-ricordo-chi, ma fu quello che non volle battere Baggio. Soprattutto ero parte di quell'incredibile coreografia che riproduceva, guarda caso, i nostri monumenti: la migliore di sempre, in qualsiasi tempo, qualsiasi ambientazione.

Vidi anche i due incontri delle stagioni successive, entrambi vinti 2-0 da noi, con il Bati che dominava le aree di rigore altrui. Vidi anche la nostra sconfitta 1-4, peraltro dallo "spicchio" dei tifosi avversari perchè ci andai con un amico che tifa loro.... lo so, pare assurdo: tifare colei-che-non-deve-essere-nominata a Firenze è come apprezzare gli AC/DC quando il cantante è Axel Rose, ma è e rimane un amico. Peraltro anche più appassionato di me, visto che una volta, quando le partite erano alle 15 e non a questi orari strambi sparsi ovunque nel giorno e nella settimana, prendeva il treno ed andava a Torino. Io, al Franchi, ci metto una mezz'ora a piedi.

In passato andavo spesso a Bellariva a vedere la Rari Nantes, pallanuoto. Firenze aveva una delle squadre più forti, a quei tempi ci si divertiva, ed a parte contro Savona e Napoli, era tutta una vittoria. Ora è sparita, forse in A2, forse non c'è neanche più una società. Le cose belle, in questa città, durano solo se sono fatte di marmo o pietra serena.

E poi c'era la pallacanestro: ricordo di quando, nella stessa giornata, andavo prima al Franchi per la Viola, ore 15, e dopo al palazzetto a vedere la Pallacanestro Firenze, ore 18. E avevamo il giocatore più forte che abbia mai calcato i parquet italiani se non europei: quel JJ Anderson che, anche se arrivammo ultimi in A1 vincendo appena 3 o 4 partite, vinse la classifica come miglior marcatore. Incredibile, stupefacente, straordinario giocatore che ancora oggi mi pone l'interrogativo: ma com'è che non era nell'NBA? Invece era da noi, e ricordo, come fosse ieri, un incredibile movimento con cui superò due avversari e tirò da 3 all'ultimo secondo contro Milano, permettendoci di vincere di 1 punto. Venne giù il palazzetto. Un delirio.

C'erano, in quei campionati, ben 5 squadre toscane: noi, Montecatini, le due di Livorno (una vinse anche il campionato. Non date retta all'albo d'oro. Era canestro, vinse Livorno) e Pistoia.
Ancora non lo sapevo, e non la conoscevo, ma mentre io ero a esaltare i miei colori, una persona faceva lo stesso per i suoi.
Una di Pistoia. Una tipa che poi sarebbe diventata mia moglie.

Anche lei, come me, non faceva ancora questo lavoro che impegna i fine settimana. E non avevamo ancora due figlie. Quindi andava con le amiche al PalaCarrara a vedere la pallacanestro. Soprattutto quando giocava conro di noi o Montecatini (i termali), perchè non c'è cosa più bella di battere gli altri toscani. E solo chi nasce in questa regione può capirlo.
Come succede spesso, le cose cambiano. La vita si evolve, cambia le abitudini, modifica tutto, ci travolge, ci porta su binari ben precisi. Lei è venuta qui a Firenze, e ci siamo accorti, quasi con stupore e profondo rammarico, che entrambe le squadre erano fallite e ripartite da più in basso.

Poi succede qualcosa di bello, una di quelle storie piacevoli di sport: Pistoia rinasce. Riparte, costruisce una nuova società, una nuova squadra, riaccende la passione in una città molto spesso ignorata dal grande turismo che invade l'ingombrante ed opprimente vicina gigliata, e nominata più per treni, vivai ed il Blues che per i suoi luoghi. Pistoia è una cittadina d'una bellezza speciale, unica, particolare. L'ho sempre apprezzata molto, a cominciare da piazza Duomo, dove sono stato spesso per il Blues (30 chilometri a/r con il vecchio vespone 200) e, un giorno d'Epifania, in occasione della discesa della Befana dalla torre (un pompiere appositamente abbigliato ed appeso a lunghi e resistenti cavi) che le nostre figlie, ancora piccole, osservavano con stupore fino a che non arrivò giù e gli donò molto caramelle (peraltro questa cosa la fanno anche a Prato, ed anche lì grande festa dei bambini per i dolci zuccherati). E lì accanto vi è un'altra piazza, una delle più belle e straordinarie d'Italia: quella piazza della Sala con i caratteristici negozietti e dove sul pozzo posto al centro c'è ancora il simbolo della città (lo scudo a scacchiera) con sopra, messo appositamente da 500 anni, il Marzocco. Piazzato lì dai fiorentini ad indicare la dominazione di Firenze su Pistoia, ottenuta dopo un lungo assedio.

Non sono stato io, eh. Precisiamo.

Così ci viene l'idea: un fine settimana libero a Marzo ci tocca; prendiamo le ragazze ed andiamo a vedere la pallacanestro. Gioca contro Venezia, una delle più forti della serie A.
L'ingresso è stato, per me, un tuffo al cuore: l'emozione di rivedere la palla rimbalzante ed il cesto che fruscia. I giocatori lì, a due metri di distanza, il play che chiama lo schema, le schiacciate, i tiri da tre, i fischi quando gli avversari vanno al tiro libero.
Soprattutto sentivamo le urla dell'intero palazzetto quando la palla la teneva uno dei giocatori di Venezia.
Afferro un giornaletto lì per terra, sui gradini. Rapida lettura durante un time-out.
La partita dell'ex: Filloy, guardia, argentino, militava con Pistoia l'anno prima. Gioca straordinariamente, infilando un canestro dietro l'altro.
Accanto a noi, un paio di vecchi pistoiesi, dall'età direi che dovevano essere già in pensione quando Naismith inventava questo sport, lo infamano con qualsiasi termine offensivo inventato su questo continente perchè "E 'un tu giohavi così, quando tu eri da noi!" per poi mandare apprezzamenti sull'antichissimo mestiere praticato dalla madre del giocatore. Mi rivedo quando andavo a vedere la Fiorentina: guarda caso, i nostri sembravano tutte pippe clamorose e gli avversari apparivano come 11 CR7, soprattutto quelli che la stagione prima indossavano la maglia Viola. Non si sa come ma, una volta cambiata casacca, diventano tutti fenomeni. Dev'essere così un pò dappertutto.
In quel momento tutto quel che mi sento di fare è tifare Pistoia e supportare i colori biancorossi. Non va bene, vince anzi no, fa più punti Venezia, che peraltro, proprio in questi giorni, è in finale di campionato contro Trento. Quindi tanto scarsa non è.

Mestamente, all'uscita, salutiamo prima uno dei cugini della Sara, poi la Barbara, una delle sue migliori amiche. Due chiacchiere e poi tutti a casa.
Due giorni fa, qualche battuta con la Barbara su FB:
-La prossima stagione torniamo a vedere qualche partita-
E lei: -Le ragazze si, tutte e tre.
Te no.
Quando sei venuto s'è perso-

Così ora l'unico posto dove mi accettano, a Pistoia, è a casa dei miei suoceri.

Che ingiustizia.
 

giovedì 1 giugno 2017

A volte mi lascio andare a pensieri brutti e tristi. Di più, tragici.

La settimana scorsa era l'anniversario della strage di via dei Georgofili. Già di per sè, essendo una bomba che colpì la mia città, fu un evento particolarmente tragico, ma negli anni è diventato ancora più toccante perchè la famiglia morta nell'esplosione aveva due figlie (la più piccola di soli 50 giorni), esattamente come la mia. Già all'ecografia che mostrava, dal pancione di mia moglie, che quella che si agitava all'interno era una femmina, uno dei miei primi pensieri fu quello: proprio come la famiglia Nencioni, perita nell'attentato.

Gli eventi brutti capitano. Matti che si fanno saltare in aria ai concerti (peraltro di una cantante particolarmente amata dalle mie ragazze), bombe piazzate sotto a monumenti storici, stazioni spazzate via, aerei che distruggono altri aerei o radono al suolo città... ottimisticamente, tendo a pensare che il mondo è più sicuro rispetto a parecchi anni addietro. Certo, in Siria direbbero che non è affatto così, ma nel nostro piccolo continente lo è. In proporzione 70 anni fa era decisamente più probabile morire davanti ad una MG42 o sotto un B-17. Per non parlare del Medioevo, quando l'otite era sul serio uno strumento di selezione naturale.

Quando mi trovo davanti ad esempi di pessima vita civile, come ad esempio elettrodomestici gettati in discariche improvvisate, graffiti sui muri cittadini utili come un brufolo sulla chiappa, auto parcheggiate in posti dove non dovrebbero assolutamente stare... ecco, lì mi chiedo: costoro cosa vogliono dimostrare? Quale senso di ribellione devono evidenziare quelli che sporcano ovunque? Un fanatico, che sia animato da fede religiosa o politica, ha perlomeno un suo personale obbiettivo, il suo ca**o di ideale, che si tratti di una mezzaluna, un fascio, falce e martello, la "famiglia", l'anarchia. Un fine verso cui convergere tramite il mezzo scelto. Ma un graffitario, cosa diamine mi deve dimostrare? 

 

Turno di notte e spurghi.

Capita. Occorre farlo, almeno una volta ogni 6 mesi. In tanti anni che lavoro per questa ditta, è capitato che la svuotatura del pozzo nero avvenisse quando sono in turno. Pazienza. E' lavoro, si prende quel che viene, puzza compresa. Anche perchè il tubo della *erda passa, in parte, per la hall. Quindi si profuma l'ambiente il più possibile e si sopporta. Tanto più che, a fine del lavoro, il sottoscritto deve anche pulire, visto che un pò di "sporco", sotto forma di pedate, si forma. E' fisiologico. Perciò ci si rimbocca le maniche, si mette il detergente nel secchio e si predispone cencio e spazzolone.

Anche questo è lavoro di notte. 

Mentre sono in bagno a riempire il secchio, uno dei lavoratori, completamente madido di sudore (almeno, spero lo sia, ma al momento non volevo fare lo Scherlock), si lava mani e faccia nel lavandino. Si blocca un attimo e gira la testa verso di me:

-Abbiamo trovato di tutto- con "di tutto" pronunciato con discreta enfasi -asciugamani, pannolini, preservativi...-

Come si può replicare, a parte aprire la bocca come una spigola sul banco del pesce, ad affermazioni del genere? L'unica cosa che posso dire è -Ma questa gente, che problemi ha?-

Lui punta il dito verso di me e rincara la dose: -Questi, a casa loro, non lo fanno, ci scometti?-

-Assolutamente-

-Vengono qui e fanno quel che ca**o gli pare-

-Le regole, altrove, non esistono-

-Ma a casa loro fanno la differenziata anche per gli spilli- 

Dopo aver concordato quanto manfana ed incivile possa essere la gente quando si impegna, ci spostiamo alla reception dove mi fa firmare il modulo del lavoro svolto. Poi ci salutiamo con la segreta speranza che la prossima volta che verranno qui io non sia in turno; chiudo la porta a chiave e mi sposto nella parte della hall sporcata. E mentre sono lì che ci dò di cencio, non potevo non pensare che, a confronto con i veri fanatici assassini, queste persone che gettano di tutto nei water degli alberghi io li classifico con una sola parola: 

sfigati.

lunedì 22 maggio 2017

I corsi di divinazione di Sibilla Cooman

George Wells che va a visitare i Morlock

Nosradamus che prevede sfighe imprevedibili per il pianeta


Dilettanti
 

Noi portieri dobbiamo essere più bravi

Noi portieri dobbiamo prevedere il futuro.


 

Semplice, veloce, rapido. Questo breve racconto, intendo. No, non dovete esserlo in presenza di signore compiacenti.

Si presenta in albergo questa "coppia"

che ti rendi subito conto che sono madre e figlio.

La signora: è così anziana che non mi stupirei avesse visto Pedro de Mendoza in persona alla fondazione della città.

Il figlio: probabilmente il mediano di spinta della nazionale di rugby argentina; due metri per un quintale di maschio barbuto, il triplo della signora, si piazza a fianco della stessa in efficente obbedienza della mammina e comincia le pulizie primaverili. No, non volete sapere dove.

-Tenemos una habitacion con dos camas separadas- una camera a due letti (d'ora in poi proseguo in italiano. Informatevi.)

Immagino che sia così, anche se non mi stupirei di trovare madre e figlio che vogliono dormire assieme nello stesso letto. In realtà a me, prenotazione alla mano, risulta proprio matrimoniale. Arrivata tramite canale web, questa cavolo di prenotazione non riporta la fondamentale informazione; ecco perchè noi portieri dovremmo prevedere il futuro; anche una sbirciatina ogni tanto.

Faccio finta di niente, e comincio il tetris tra le camere in assegnazione per trovargliene una con due letti separati. Peraltro la camera loro assegnata prima di scoprire che sono madre e figlio è matrimoniale. Effettiva, cioè con vero materasso matrimoniale, e perciò neanche divisibile. Quindi devo cambiare assegnazione e trovare una camera con due letti singoli. Possibilmente non ancora pulita e rifatta con lenzuola matrimoniale dalla cameriera, così non ci deve lavorare due volte. Ma ci vorrà almeno una mezz'ora se non quaranta minuti. Riferisco ai clienti che devono attendere. Ma sono uno che finge male, mi sgamano subito tutti (mia moglie in particolare, su qualsiasi cosa). La signora capisce che sto effettuando strane manovre sulla lista arrivi (utilizzando strumenti pericolosissimi: gomme da cancellare e matita H1).

-Io ho chiesto una camera con due letti-

-Stia tranquilla: l'avrà-

-Ho fatto una richiesta specifica, all'agenzia-

-La sua agenzia ha toppato, ma rimedio io, nessun problema-

-Siamo madre e figlio, non possiamo dormire nello stesso letto-

-Ognuno di voi avrà il suo letto, si fidi di me-

-Mi sono ben raccomandata all'agenzia-

-Ha la fortuna di aver trovato me-

Estrae un voucher e mi mostra, ben indicato con un ditino scheletrico, l'indicazione "twin" scritta sopra. A quel punto mi viene proprio spontaneo dirlo:

-Eh, certo, è scritto qui, ma io ho ricevuto questo, come potevamo saperlo?-

E la vecchia struldbrug argentina se ne viene fuori così:

-E' il vostro lavoro, mica il mio-

Si signora. E' il mio lavoro, mi trabajo, e quello degli altri portieri d'albergo di questo quadrante stellare: prevedere un'informazione scritta su un voucher presente dentro alla sua valigia.

Le ho cambiato la camera. Spedito di corsa su il facchino affinchè riferisse alla cameriera; raccomandandomi per avere la cmera a letti separati; non ho ricevuto neanche un grazie.

ps. immagino che, se questa preziosa e fondamentale informazione non è mai stata prevista -anzi, divinizzata- da altri colleghi degli alberghi dove madre e figlio andranno a dormire, avranno trovato un letto matrimoniale. Ben vi sta (ma immagino i problemi che avranno creato al ricevimento. Beh, colleghi, è colpa vostra: non avete fatto bene il vostro lavoro).

giovedì 11 maggio 2017

Saponetta
 
No, non le saponette dell'albergo

Saponetta è il soprannome che viene dato, causa Gialappa's band, ai portieri che si lasciano sfuggire il pallone dalle mani.

Pallone che, inevitabilmente, finisce in rete.

Si, era uno dei miei soprannomi. Ok, lo so, non è il massimo per un portiere. Sei lì che ti inginocchi e spingi le braccia verso il basso ad accogliere una palla in arrivo, normalmente dovuta da un tiro senza pretese o da un semplice rimpallo di gioco tra l'attaccante avversario ed uno dei tuoi difensori quando, ooops, preso da una sorta di sicumera che ti fa pensare "ma dai, questa è facile, ci riuscebbe pure il portiere titolare nel Brasile dell'82" non chiudi le braccia e non stringi i palmi, e quella ca**o di sfera rotola sotto alle tue gambe. E passa sotto.

E quel che ti arriva alle orecchie, prima ancora che la palla gonfi la rete, sono le urla dei tuoi compagni che ti maledicono fino alla 37^ generazione, quando i tuoi lontani avi si facevano fare a pezzi dall'Alighieri ed altra soldataglia fiorentina in quel di Campaldino (erano aretini), e se ne vengono fuori che "Oh Mugna, o che tu c'hai messo in quei guanti? I'sapone?"

E così diventai Saponetta.

Non sempre comunque.

Ricordo una partita. Non so perchè quella, non era un incontro decisivo. Solo una semplice, normale, classica partita di calcio a 5. Uno dei tanti in un campionato amatoriale dove i partecipanti non sono remunerati come tra i professionisti. Non hanno neanche un rimborso spese. Si pagano tutto da soli: l'equipaggiamento di gioco, il campo, l'associazione sportiva che organizza i tornei, l'arbitro, il pallone. Si telefonano per organizzarsi il trasporto ("Ti faccio uno squillo quando parto di casa, fatti trovare giù" a quei tempi non c'erano i cellulari, ci si chiamava sul vecchio fisso) e riempivamo le auto con borsoni pesanti quanto un panzer, dove dentro avevamo divisa e scarpette (e guanti, nel mio caso), accappatoio, shampo, biancheria di ricambio. Quest'ultima veniva, in ordine d'importanza, come buona ultima. Se veniva dimenticata a casa, pazienza, dopo la doccia ci si rimetteva quella usata -e zeppa di sudore- della partita. Tanto eravamo tra rudi omaccioni. Mica avevamo appuntamenti galanti per cui può essere necessario doveroso e puntuale lavaggio delle parti intime. Quantità immense e stratosfriche di testosterone che ritrovavi pure sul tavolo della pizzeria del dopo partita, assieme alle briciole di pane.

Sto divagando. Dicevo: ricordo questa partita

La squadra è sempre il Coverciano '88 (ho giocato, in 25 anni di calcio a cinque prima di appendere i guantoni al chiodo, in queste 3 squadre: Coverciano '88, Longobarda e Soteropolitani; compagini, sono fiero di dirlo, tutt'ora attive. Nel mezzo c'è stata anche, nel 2007, una partita degli albergatori contro le vecchie glorie della Fiorentina -al Bozzi- benchè non sia una cosa di cui vantarsi troppo visto che in quell'occasione non ero in porta e mi davano via anche Chiarugi e Desolati, che hanno quasi 30 anni più di me).

Sto divagando ancora.

Dicevo:

ritrovo al buon vecchio classico campetto di Cascine del Riccio, Firenze molto a sud, posto in una vallata stretta e boscosa dove, anche in Luglio, permane una cappa di freddo umido che si prova solo nelle vallate più remote degli Urali. A Gennaio.

E quella sera piove a raffica.

Scendere dall'auto in un parcheggio sterrato significa già infilare fino al ginocchio in un pantano che sarebbe perfetto se fossimo nel prato di Woodstock e davanti si trovasse un palco con sopra Hendrix, ma in quel contesto no, non era proprio il massimo. Però, quando si hanno vent'anni e si è uomini, tutto quel che interessa è di giocare.

E sotto una pioggia scrosciante il pallone assume un certo gusto agrodolce, un sottile piacere perverso, un discreto senso dell'epicità. Lottare, sotto l'acqua, ti fa sentire ancora più guerriero, più rude, più maschio.

Cominciammo quindi una partita di calcio a cinque amatoriale, tra ragazzi di poco più di vent'anni, all'inizio di un decennio che non vedeva ancora gli industriali brianzoli scendere in politica ed i comunisti osare ancora autodefinirsi tali pur avendo smesso di esserlo da 50 anni; dove le guerre, tanto per cambiare, si svolgevano in Iraq (è dai tempi degli akkadici che in Iraq si combatte, sarà mica quella striscia di terra tra Tigri ed Eufrate, a portare sfiga?); in una città derubata -Sai icchè? L'è nova- e dove il massimo del divertimento sportivo era riempire di monetine il centro tecnico di Coverciano in una contestazione possibile solo se si assapora l'orgoglio di questa città (duemila lire in pezzi da cento. Fumati in 30 secondi).

La squadra, appunto, era il Coverciano '88, così chiamatasi perchè i fondatori sono, guarda che caso eh?, di questo quartiere di Firenze. Io arrivai un paio di anni dopo proprio perchè, ad un certo punto, bisognava pur trovare qualcuno che stesse tra i pali. Anche solo per incolparlo dei gol presi.

E lì nacque la leggenda di Saponetta. Ma non quella sera.

Torniamo un attimo al parcheggio:

il percorso che va dall'auto fino alla struttura che contiene gli spogliatoi viene fatto di corsa, con il borsone sulla testa. Per non bagnarsi. Per mantenersi asciutti i vestiti. Più che il corpo.

Perchè una volta cambiati, una volta che si ha indosso maglia, pantaloncini, calzettoni e scarpette (e nel mio caso, i guanti), ogni remora crolla. Ogni paura dell'acqua di scioglie come neve al sole: abbiamo l'occorrente, possediamo abiti appositi fatti per sporcarsi, infradiciarsi, sdrucirsi se è il caso (e che saranno posti in lavatrice da mani materne ed amorevoli la mattina dopo). Usciamo sotto le gocce d'acqua in "slowmotion", una lentezza quasi solenne, gravida di epicità ed eroismo, come prima di noi erano soliti fare solo i gladiatori che entravano all'interno del massimo anfiteatro dei loro tempi, anche se il nostro è un pezzo di erba sintetica circondato da una rete sdrucita in più punti e l'unico suono animale che si sente è il gracidare dei rospi del fosso lì vicino.

Noi umani bipedi e loro anfibi zampettanti al culmine della loro esistenza. Entrambi ad assaporare l'acqua che scorre sulla pelle.

Tranne uno.

Di una decina di anni in più, e per questo visto come un Matusalemme ma un pò più vecchio, lui ha l'ombrello.

Ed una giacca -gli Dei lo perdonino- con le toppe ai gomiti.

I nostri avversari hanno un allenatore.

In partite come queste, pretendere di fare l'allenatore, ed ancora di più, di fornire indicazioni tecniche, è utopico, una speranza vana come credere veramente che Trump alzi le tasse a quelli ricchi come lui per poter dare copertura santaria ai poveri.

Sotto la pioggia scroscante, giocare a pallone diventa una comica. L'erba sintetica ha il magico potere, quando è zuppa d'acqua, di dare ancora più forza alla sfera. Tu calci, la palla rimbalza sul terreno e schizza via ad una velocità che se avesse dentro un flusso canalizzatore, tornerebbe indietro nel tempo. La leggi della fisica, su campi del genere, non valgono più. Quindi il controllo di palla non esiste. E' impossibile, futile, superfluo, tutto qui. Tu ci provi pure, a controllarla, ma quella sfugge via, finendo tra i piedi di un avversario. Il quale tenta lo stesso gioco e la riperde, rendendotela. Magari cadendo, perchè per quanto le scarpette possano essere appena acquistate ed avere sotto una zigrinatura nuova di zecca, scivolare e cadere è praticamente certo.

Una partita di carambola, questo diventa.

Qualsiasi pretesa di schema crolla, sepolta sotto a movimenti possibili solo nello Shaolin Soccer.

In quelle condizioni fare il portiere è veramente penoso. Anche un tiro lento lento da metà campo che si voglia tentare di bloccare con le mani può rivelarsi fatale, e l'unica sicurezza è calciarlo via, più forte e lontano possibile.

Poi, a metà primo tempo

un avversario ha improvvisamente campo libero a causa della caduta di uno dei miei. Si prodiga in avanzamento incontrastato sulla fascia, a velocità da bradipo, sotto al diluvio imperante. Un attimo di equilibrio, un suo compagno che brucia sullo scatto il difensore avversario, il lancio millimetrico sul piede di questo che colpisce con il piattone; un tocco forte e secco dal limite dell'aria.

Normalmente tiri del genere sono quasi impossibili da prendere. Anche se la porta da calcetto è corta, pure la distanza da cui arrivano i tiri avversari è tale. Ed io sono il portiere che sono

eppure

la mano sinistra che scatta, con la velocità dell'X-1 di Chuck Yeager, ed il palmo della stessa che impatta con la sfera; il corpo che si muove, con la stessa rapidità, da verticale ad orizzontale, ma a 50 centmetri dal suolo; la ricaduta sul terreno e lo "ciaf", come se mi fossi buttato in piscina, la palla che rotola fuori dal campo. Il tutto dura meno di un secondo.

Istinto allo stato puro.

Ma soprattutto

"Cosa ha presto questoooo!!!!"

Che non arriva dalla tua panchina, ma da quella avversaria.

Grosso errore.

Perchè più dei complimenti che arrivano dai propri compagni di squadra in quei rari casi in cui un portiere di una squadretta amatoriale compie un intervento prodigioso, niente esalta maggiormente delle imprecazioni di sorpresa e disappunto degli avversari. Sono un'iniezione mentale di adrenalina purissima.

Andammo al riposo in vantaggio di un gol. Alla ripresa, altri due interventi di puro spettacolo portieristico, compresa una presa plastica al sette. Ed ogni volta, urla di disappunto degli avversari, con in particolare le imprecazioni del loro allenatore.

Che per le mie orecchie, erano musica dolcissima.

Raddoppiamo. L'allenatore avversario comincia ad emettere sbuffi di vapore e schiuma di rabbia. Poi, verso la fine, pallone fortissimo tirato da appena due metri di distanza e ancora una volta parato, la palla che rimbalza sulla linea di porta ad un passo dall'inferno, o dal paradiso, se lo si guarda dal punto di vista degli avversari. E lì, proprio nel momento in cui l'attaccante sta per calciare, disteso a terra compio l'ultimo e definitivo scatto di reni, le braccia che si allungano, le mani che contrastano il pallone proprio sul tiro, e poi urla e imprecazioni perchè "tutte, le prende tutte", mentre il bomber (ogni squadra ha uno che viene soprannominato bomber, senza reali meriti sportivi, e noi non eravamo da meno) si fa scappare una risata ed esclama "grandissimo mugna".

E poi non rammento molto altro, se finì 2-0 o riuscimmo a segnarne un altro. Sono passati più di vent'anni. Ho un vago ricordo di un avversario, a fine partita, che mi addita e che "Ora ti si fa l'antidopinghe, così ti squalifihano!", della risata sguaiata di Jacopo mentre mi prende la testa con le mani, di Stefano che "Oh mugna, o icchè t'ha preso stasera?", di Gianca che "qualsiasi cosa fosse, la prendi anche la prossima settimana"

Non avevo preso niente. Semplicemente, anche un ragazzo di vent'anni che non ha una formazione calcistica decennale alle spalle e gioca al pallone per il puro piacere di farlo, può avere i suoi momenti di gloria, le sue serate di classe, l'incredibile e stupefacente capacità di esibire interventi e giocate che pure Holly e Benji, se li vedessero, esclamerebbero "Ma neanche nei nostri cartoni animati, vedi queste assurdità". Quella sera toccò a me. Era il mio momento, semplicemente. Capita, nella vita. Magari anche un paio di volte. Questa è quella che ricordo meglio. Ricordo anche le urla del loro "mister" provenire dallo spogliatoio degli avversari, che li infamava di brutto. Ed i miei compagni a dire "ma perchè si arrabbia così? Non hanno giocato male. E' il mugna stasera che s'è drogato e gliel'ha prese tutte, sennò vincevano"

Su tutte le altre serate.... beh, caliamo il classico velo pietoso.

martedì 2 maggio 2017

Avevo un paio di giorni liberi, quindi non so se era con la Justine.

Ed un po' mi spiace.

Perché le francesine, quando si impegnano, sono davvero tanta, ma tanta roba.