lunedì 22 maggio 2017

I corsi di divinazione di Sibilla Cooman

George Wells che va a visitare i Morlock

Nosradamus che prevede sfighe imprevedibili per il pianeta


Dilettanti
 

Noi portieri dobbiamo essere più bravi

Noi portieri dobbiamo prevedere il futuro.


 

Semplice, veloce, rapido. Questo breve racconto, intendo. No, non dovete esserlo in presenza di signore compiacenti.

Si presenta in albergo questa "coppia"

che ti rendi subito conto che sono madre e figlio.

La signora: è così anziana che non mi stupirei avesse visto Pedro de Mendoza in persona alla fondazione della città.

Il figlio: probabilmente il mediano di spinta della nazionale di rugby argentina; due metri per un quintale di maschio barbuto, il triplo della signora, si piazza a fianco della stessa in efficente obbedienza della mammina e comincia le pulizie primaverili. No, non volete sapere dove.

-Tenemos una habitacion con dos camas separadas- una camera a due letti (d'ora in poi proseguo in italiano. Informatevi.)

Immagino che sia così, anche se non mi stupirei di trovare madre e figlio che vogliono dormire assieme nello stesso letto. In realtà a me, prenotazione alla mano, risulta proprio matrimoniale. Arrivata tramite canale web, questa cavolo di prenotazione non riporta la fondamentale informazione; ecco perchè noi portieri dovremmo prevedere il futuro; anche una sbirciatina ogni tanto.

Faccio finta di niente, e comincio il tetris tra le camere in assegnazione per trovargliene una con due letti separati. Peraltro la camera loro assegnata prima di scoprire che sono madre e figlio è matrimoniale. Effettiva, cioè con vero materasso matrimoniale, e perciò neanche divisibile. Quindi devo cambiare assegnazione e trovare una camera con due letti singoli. Possibilmente non ancora pulita e rifatta con lenzuola matrimoniale dalla cameriera, così non ci deve lavorare due volte. Ma ci vorrà almeno una mezz'ora se non quaranta minuti. Riferisco ai clienti che devono attendere. Ma sono uno che finge male, mi sgamano subito tutti (mia moglie in particolare, su qualsiasi cosa). La signora capisce che sto effettuando strane manovre sulla lista arrivi (utilizzando strumenti pericolosissimi: gomme da cancellare e matita H1).

-Io ho chiesto una camera con due letti-

-Stia tranquilla: l'avrà-

-Ho fatto una richiesta specifica, all'agenzia-

-La sua agenzia ha toppato, ma rimedio io, nessun problema-

-Siamo madre e figlio, non possiamo dormire nello stesso letto-

-Ognuno di voi avrà il suo letto, si fidi di me-

-Mi sono ben raccomandata all'agenzia-

-Ha la fortuna di aver trovato me-

Estrae un voucher e mi mostra, ben indicato con un ditino scheletrico, l'indicazione "twin" scritta sopra. A quel punto mi viene proprio spontaneo dirlo:

-Eh, certo, è scritto qui, ma io ho ricevuto questo, come potevamo saperlo?-

E la vecchia struldbrug argentina se ne viene fuori così:

-E' il vostro lavoro, mica il mio-

Si signora. E' il mio lavoro, mi trabajo, e quello degli altri portieri d'albergo di questo quadrante stellare: prevedere un'informazione scritta su un voucher presente dentro alla sua valigia.

Le ho cambiato la camera. Spedito di corsa su il facchino affinchè riferisse alla cameriera; raccomandandomi per avere la cmera a letti separati; non ho ricevuto neanche un grazie.

ps. immagino che, se questa preziosa e fondamentale informazione non è mai stata prevista -anzi, divinizzata- da altri colleghi degli alberghi dove madre e figlio andranno a dormire, avranno trovato un letto matrimoniale. Ben vi sta (ma immagino i problemi che avranno creato al ricevimento. Beh, colleghi, è colpa vostra: non avete fatto bene il vostro lavoro).

giovedì 11 maggio 2017

Saponetta
 
No, non le saponette dell'albergo

Saponetta è il soprannome che viene dato, causa Gialappa's band, ai portieri che si lasciano sfuggire il pallone dalle mani.

Pallone che, inevitabilmente, finisce in rete.

Si, era uno dei miei soprannomi. Ok, lo so, non è il massimo per un portiere. Sei lì che ti inginocchi e spingi le braccia verso il basso ad accogliere una palla in arrivo, normalmente dovuta da un tiro senza pretese o da un semplice rimpallo di gioco tra l'attaccante avversario ed uno dei tuoi difensori quando, ooops, preso da una sorta di sicumera che ti fa pensare "ma dai, questa è facile, ci riuscebbe pure il portiere titolare nel Brasile dell'82" non chiudi le braccia e non stringi i palmi, e quella ca**o di sfera rotola sotto alle tue gambe. E passa sotto.

E quel che ti arriva alle orecchie, prima ancora che la palla gonfi la rete, sono le urla dei tuoi compagni che ti maledicono fino alla 37^ generazione, quando i tuoi lontani avi si facevano fare a pezzi dall'Alighieri ed altra soldataglia fiorentina in quel di Campaldino (erano aretini), e se ne vengono fuori che "Oh Mugna, o che tu c'hai messo in quei guanti? I'sapone?"

E così diventai Saponetta.

Non sempre comunque.

Ricordo una partita. Non so perchè quella, non era un incontro decisivo. Solo una semplice, normale, classica partita di calcio a 5. Uno dei tanti in un campionato amatoriale dove i partecipanti non sono remunerati come tra i professionisti. Non hanno neanche un rimborso spese. Si pagano tutto da soli: l'equipaggiamento di gioco, il campo, l'associazione sportiva che organizza i tornei, l'arbitro, il pallone. Si telefonano per organizzarsi il trasporto ("Ti faccio uno squillo quando parto di casa, fatti trovare giù" a quei tempi non c'erano i cellulari, ci si chiamava sul vecchio fisso) e riempivamo le auto con borsoni pesanti quanto un panzer, dove dentro avevamo divisa e scarpette (e guanti, nel mio caso), accappatoio, shampo, biancheria di ricambio. Quest'ultima veniva, in ordine d'importanza, come buona ultima. Se veniva dimenticata a casa, pazienza, dopo la doccia ci si rimetteva quella usata -e zeppa di sudore- della partita. Tanto eravamo tra rudi omaccioni. Mica avevamo appuntamenti galanti per cui può essere necessario doveroso e puntuale lavaggio delle parti intime. Quantità immense e stratosfriche di testosterone che ritrovavi pure sul tavolo della pizzeria del dopo partita, assieme alle briciole di pane.

Sto divagando. Dicevo: ricordo questa partita

La squadra è sempre il Coverciano '88 (ho giocato, in 25 anni di calcio a cinque prima di appendere i guantoni al chiodo, in queste 3 squadre: Coverciano '88, Longobarda e Soteropolitani; compagini, sono fiero di dirlo, tutt'ora attive. Nel mezzo c'è stata anche, nel 2007, una partita degli albergatori contro le vecchie glorie della Fiorentina -al Bozzi- benchè non sia una cosa di cui vantarsi troppo visto che in quell'occasione non ero in porta e mi davano via anche Chiarugi e Desolati, che hanno quasi 30 anni più di me).

Sto divagando ancora.

Dicevo:

ritrovo al buon vecchio classico campetto di Cascine del Riccio, Firenze molto a sud, posto in una vallata stretta e boscosa dove, anche in Luglio, permane una cappa di freddo umido che si prova solo nelle vallate più remote degli Urali. A Gennaio.

E quella sera piove a raffica.

Scendere dall'auto in un parcheggio sterrato significa già infilare fino al ginocchio in un pantano che sarebbe perfetto se fossimo nel prato di Woodstock e davanti si trovasse un palco con sopra Hendrix, ma in quel contesto no, non era proprio il massimo. Però, quando si hanno vent'anni e si è uomini, tutto quel che interessa è di giocare.

E sotto una pioggia scrosciante il pallone assume un certo gusto agrodolce, un sottile piacere perverso, un discreto senso dell'epicità. Lottare, sotto l'acqua, ti fa sentire ancora più guerriero, più rude, più maschio.

Cominciammo quindi una partita di calcio a cinque amatoriale, tra ragazzi di poco più di vent'anni, all'inizio di un decennio che non vedeva ancora gli industriali brianzoli scendere in politica ed i comunisti osare ancora autodefinirsi tali pur avendo smesso di esserlo da 50 anni; dove le guerre, tanto per cambiare, si svolgevano in Iraq (è dai tempi degli akkadici che in Iraq si combatte, sarà mica quella striscia di terra tra Tigri ed Eufrate, a portare sfiga?); in una città derubata -Sai icchè? L'è nova- e dove il massimo del divertimento sportivo era riempire di monetine il centro tecnico di Coverciano in una contestazione possibile solo se si assapora l'orgoglio di questa città (duemila lire in pezzi da cento. Fumati in 30 secondi).

La squadra, appunto, era il Coverciano '88, così chiamatasi perchè i fondatori sono, guarda che caso eh?, di questo quartiere di Firenze. Io arrivai un paio di anni dopo proprio perchè, ad un certo punto, bisognava pur trovare qualcuno che stesse tra i pali. Anche solo per incolparlo dei gol presi.

E lì nacque la leggenda di Saponetta. Ma non quella sera.

Torniamo un attimo al parcheggio:

il percorso che va dall'auto fino alla struttura che contiene gli spogliatoi viene fatto di corsa, con il borsone sulla testa. Per non bagnarsi. Per mantenersi asciutti i vestiti. Più che il corpo.

Perchè una volta cambiati, una volta che si ha indosso maglia, pantaloncini, calzettoni e scarpette (e nel mio caso, i guanti), ogni remora crolla. Ogni paura dell'acqua di scioglie come neve al sole: abbiamo l'occorrente, possediamo abiti appositi fatti per sporcarsi, infradiciarsi, sdrucirsi se è il caso (e che saranno posti in lavatrice da mani materne ed amorevoli la mattina dopo). Usciamo sotto le gocce d'acqua in "slowmotion", una lentezza quasi solenne, gravida di epicità ed eroismo, come prima di noi erano soliti fare solo i gladiatori che entravano all'interno del massimo anfiteatro dei loro tempi, anche se il nostro è un pezzo di erba sintetica circondato da una rete sdrucita in più punti e l'unico suono animale che si sente è il gracidare dei rospi del fosso lì vicino.

Noi umani bipedi e loro anfibi zampettanti al culmine della loro esistenza. Entrambi ad assaporare l'acqua che scorre sulla pelle.

Tranne uno.

Di una decina di anni in più, e per questo visto come un Matusalemme ma un pò più vecchio, lui ha l'ombrello.

Ed una giacca -gli Dei lo perdonino- con le toppe ai gomiti.

I nostri avversari hanno un allenatore.

In partite come queste, pretendere di fare l'allenatore, ed ancora di più, di fornire indicazioni tecniche, è utopico, una speranza vana come credere veramente che Trump alzi le tasse a quelli ricchi come lui per poter dare copertura santaria ai poveri.

Sotto la pioggia scroscante, giocare a pallone diventa una comica. L'erba sintetica ha il magico potere, quando è zuppa d'acqua, di dare ancora più forza alla sfera. Tu calci, la palla rimbalza sul terreno e schizza via ad una velocità che se avesse dentro un flusso canalizzatore, tornerebbe indietro nel tempo. La leggi della fisica, su campi del genere, non valgono più. Quindi il controllo di palla non esiste. E' impossibile, futile, superfluo, tutto qui. Tu ci provi pure, a controllarla, ma quella sfugge via, finendo tra i piedi di un avversario. Il quale tenta lo stesso gioco e la riperde, rendendotela. Magari cadendo, perchè per quanto le scarpette possano essere appena acquistate ed avere sotto una zigrinatura nuova di zecca, scivolare e cadere è praticamente certo.

Una partita di carambola, questo diventa.

Qualsiasi pretesa di schema crolla, sepolta sotto a movimenti possibili solo nello Shaolin Soccer.

In quelle condizioni fare il portiere è veramente penoso. Anche un tiro lento lento da metà campo che si voglia tentare di bloccare con le mani può rivelarsi fatale, e l'unica sicurezza è calciarlo via, più forte e lontano possibile.

Poi, a metà primo tempo

un avversario ha improvvisamente campo libero a causa della caduta di uno dei miei. Si prodiga in avanzamento incontrastato sulla fascia, a velocità da bradipo, sotto al diluvio imperante. Un attimo di equilibrio, un suo compagno che brucia sullo scatto il difensore avversario, il lancio millimetrico sul piede di questo che colpisce con il piattone; un tocco forte e secco dal limite dell'aria.

Normalmente tiri del genere sono quasi impossibili da prendere. Anche se la porta da calcetto è corta, pure la distanza da cui arrivano i tiri avversari è tale. Ed io sono il portiere che sono

eppure

la mano sinistra che scatta, con la velocità dell'X-1 di Chuck Yeager, ed il palmo della stessa che impatta con la sfera; il corpo che si muove, con la stessa rapidità, da verticale ad orizzontale, ma a 50 centmetri dal suolo; la ricaduta sul terreno e lo "ciaf", come se mi fossi buttato in piscina, la palla che rotola fuori dal campo. Il tutto dura meno di un secondo.

Istinto allo stato puro.

Ma soprattutto

"Cosa ha presto questoooo!!!!"

Che non arriva dalla tua panchina, ma da quella avversaria.

Grosso errore.

Perchè più dei complimenti che arrivano dai propri compagni di squadra in quei rari casi in cui un portiere di una squadretta amatoriale compie un intervento prodigioso, niente esalta maggiormente delle imprecazioni di sorpresa e disappunto degli avversari. Sono un'iniezione mentale di adrenalina purissima.

Andammo al riposo in vantaggio di un gol. Alla ripresa, altri due interventi di puro spettacolo portieristico, compresa una presa plastica al sette. Ed ogni volta, urla di disappunto degli avversari, con in particolare le imprecazioni del loro allenatore.

Che per le mie orecchie, erano musica dolcissima.

Raddoppiamo. L'allenatore avversario comincia ad emettere sbuffi di vapore e schiuma di rabbia. Poi, verso la fine, pallone fortissimo tirato da appena due metri di distanza e ancora una volta parato, la palla che rimbalza sulla linea di porta ad un passo dall'inferno, o dal paradiso, se lo si guarda dal punto di vista degli avversari. E lì, proprio nel momento in cui l'attaccante sta per calciare, disteso a terra compio l'ultimo e definitivo scatto di reni, le braccia che si allungano, le mani che contrastano il pallone proprio sul tiro, e poi urla e imprecazioni perchè "tutte, le prende tutte", mentre il bomber (ogni squadra ha uno che viene soprannominato bomber, senza reali meriti sportivi, e noi non eravamo da meno) si fa scappare una risata ed esclama "grandissimo mugna".

E poi non rammento molto altro, se finì 2-0 o riuscimmo a segnarne un altro. Sono passati più di vent'anni. Ho un vago ricordo di un avversario, a fine partita, che mi addita e che "Ora ti si fa l'antidopinghe, così ti squalifihano!", della risata sguaiata di Jacopo mentre mi prende la testa con le mani, di Stefano che "Oh mugna, o icchè t'ha preso stasera?", di Gianca che "qualsiasi cosa fosse, la prendi anche la prossima settimana"

Non avevo preso niente. Semplicemente, anche un ragazzo di vent'anni che non ha una formazione calcistica decennale alle spalle e gioca al pallone per il puro piacere di farlo, può avere i suoi momenti di gloria, le sue serate di classe, l'incredibile e stupefacente capacità di esibire interventi e giocate che pure Holly e Benji, se li vedessero, esclamerebbero "Ma neanche nei nostri cartoni animati, vedi queste assurdità". Quella sera toccò a me. Era il mio momento, semplicemente. Capita, nella vita. Magari anche un paio di volte. Questa è quella che ricordo meglio. Ricordo anche le urla del loro "mister" provenire dallo spogliatoio degli avversari, che li infamava di brutto. Ed i miei compagni a dire "ma perchè si arrabbia così? Non hanno giocato male. E' il mugna stasera che s'è drogato e gliel'ha prese tutte, sennò vincevano"

Su tutte le altre serate.... beh, caliamo il classico velo pietoso.

martedì 2 maggio 2017

Avevo un paio di giorni liberi, quindi non so se era con la Justine.

Ed un po' mi spiace.

Perché le francesine, quando si impegnano, sono davvero tanta, ma tanta roba.


martedì 25 aprile 2017

E.M.O.

No, niente a che vedere con la sottocultura omonima. Nessun ragazzetto/a abbigliato di nero con capelli spioventi sugli occhi e camminata strascicata.

E.M.O. è l’acronimo di European Municipality Outsourcing, un network utilizzato dai comuni europei per scambiarsi dati sulle infrazioni stradali. In parole povere, si passano le multe. Se venite beccati da un autovelox in Spagna, che stiate guidando la vostra auto od una a noleggio, state pur certi che vi arriverà a casa la notifica di infrazione. Beccato. Segnalato. Il grande fratello non perdona. Siete stato pesato, siete stato misurato e siete stato trovato mancante. Il vostro comune riscuoterà il soldo che estrarrete dal borsello, e lo passerà alla municipalitat di Barcelona.

Prima di lanciare stralci verso l’Europa che mangia i nostri soldi (molto più comodo che non prendersi le proprie responsabilità per aver commesso l’infrazione) e richiedere a gran voce un’Italexit, sappiate questo: anni fa, dall’albergo dove lavora mia moglie, un cliente si vide recapitare a casa una multa presa qui a Firenze. Un fatto normalissimo, ne sono successi un paio anche dove lavoro io. Ma la particolarità è che costui era svizzero. La Svizzera non si può proprio dire che sia dentro la Ue, eppure l’EMO funziona anche per loro. Il cliente aveva chiamato l'albergo chiedendo se potevano fare qualcosa, ma invano. Noi alberghi dentro la ZTL fiorentina possiamo inviare la segnalazione sul sito dei vigili urbani ma solo entro 3 ore dal passaggio sotto ad un telecamera. Lo svizzero lo aveva fatto dopo aver lasciato l'hotel, ed una volta nel suo Cantone, dopo un paio di settimane, aveva ricevuto la multa, recapitata direttamente a casa. Quindi state tranquilli, dall’EMO non ci usciremo. Immaginatevi pure la May e Junker che, quando si troveranno a discutere dell’uscita della Gran Bretagna dall’Europa, diranno:

-Allora Theresa, cominciamo dall’EMO: dentro o fuori?-

-Dentro Jean-Claude. L’EMO ce lo teniamo, scherzi?-

Perché Brexit sarà sempre fino ad un certo punto, alla faccia di Farrage, che comunque continua a percepire il succoso stipendio da europarlamentare.

E tuttavia, c’è sempre qualcuno che pensa di vivere in nazioni ancora totalmente separate ed a comparti stagni.

Turno pomeridiano.

Farsi un 15-23 quando fuori c’è un bel solicino primaverile che invoglia a cercare sprazzi d’erba su cui stendersi è un vero dramma umano, roba che uno preferirebbe quasi sperare che il mondo, come auspicano quelli di Feudalesimo e Libertà, torni al Medioevo. Si moriva presto e si doveva zappare la terra,ma almeno si stava all'aria aperta. Ma non ci si può far niente, ed ho sempre l’impressione che la responsabile del mio mutuo sia sempre lì in agguato, con il faldone del mutuo, pronta a rammentarmi i miei doveri.

Prenotazione di una doppia. In realtà sono in 3, ma il terzo è un bambino di 0 anni. Ed in effetti è così: un cucciolotto di 4 mesi con quegli occhioni teneri e dolci che solo loro sanno fare a quell’età, e mi porta indietro di ormai diversi anni, quando le ragazze erano tenere e dolci creaturine (almeno fino a che non reclamavano poderose pinte di latte alle 3 di notte).

La prenotazione arriva così in fretta si palesano in albergo prima ancora che la stampi dal gestionale. Il lettino è gratuito, ma a loro non interessa, viaggiano già con l’occorrente, ed il padre, un giovanottone francese così alto che non mi stupirei se fosse qui per giocare guardia nella Flexx Pistoia, ringrazia ma preferiscono fare con il loro, con grande sollievo del facchino che non deve provvedere con il nostro (benchè sia, appunto, gratuito).

Poi, espletato il check-in, gli spiego come funziona il garage. Ma lui mi blocca subito, dice che non gli interessa e penserà a parcheggiare, dove capita, per conto suo. Al che mi viene spontaneo dirgli che c'è un rischio, perchè la municipale fiorentina ptrebbe avere la bella pensata di multarlo. Ed a quel punto lui mi spara queste strepitose, incredibili, fantasmagoriche parole:

-Oui, mais je m'en fout-

Me ne fotto. Forse non l'ho scritto bene, ma il suo francese, in quel momento, lo capisco. Benissimo. E mi lascia così, a bocca aperta.

Ci rmango per alcuni secondi, in silenzio, mentre lui mi fissa negli occhi con aria di sfida. Poi rincara la dose, ridacchiando, che “tanto sono francese”. A quel punto metto le mani avanti e gli dico: ok, siamo in un mondo libero, mica è la Turchia o la Corea del Nord. Ma devi prenderti appieno la reponsabilità. E lui la ammette tranquillamente. E poi esce per sistemarsi l'auto.

Ma mentre sono lì che scrivo sulla pratica le sue dichiarazioni (perchè è bene lo sappiano anche i miei colleghi) mi viene proprio spontaneo pensare:

Caro amico francese

l'EMO ti traccierà

L'EMO ti cercherà

L'EMO ti troverà

L'EMO arriverà

Ed avrà i tuoi occhi

giovedì 20 aprile 2017

La domanda sorge spontanea, dirompente e prorompente.

Viene fuori proprio d’impulso.

Perché uno dice: ok, siamo figli del nostro tempo. Io assorbivo il mio tempo consumando audiocassette degli AC/DC e di Jeff Healey, così come da giovani, la mi mamma e i’mi babbo ascoltavano Mina, od i New Trolls, e non capivano il mio amore appassionato per quella chitarra con distorsore boss sparato all’ennesima potenza. Ma sopportavano, pazienti, le mie manie. I miei strambi -per loro- gusti musicali.

Ora tocca al sottoscritto. E’ una ruota che gira.

Così ieri ho passato un pomeriggio piovoso in casa con la Camilla che cantava, a squarciagola, tutta Break Free.

No, non I want to break free dei Queen. Magari. Sarei l’essere più felice di questo quadrante stellare. Purtroppo è quella di Ariana Grande. Che per me, tra lei e Freddie, passa la stessa differenza che c’è tra il Monopoli ed un qualsiasi gioco di Rosenberg: un abisso profondo ed incolmabile.

E la domanda è: ma perché non m’è venuta stonata? Almeno non faceva il corso di canto e se ne stava zitta consapevole di un’incapacità di ugula palese ed evidente. Invece no. E’ pure brava. E tanto. E canta in continuazione. Perciò, come facevano i miei con me, sopporto.

Ma al peggio non c’è mai fine.

Dopo cena.

La Cami in camera con la madre per ripassare storia dell’arte. Io in salotto con la Gaia, sparapanzati sul divano, prima che esca per recarmi all’ultimo turno di notte di questa settimana. Ad un certo punto lei estrae una gigantografia.

-Questo è il poster di Ariana Grande, che vi ho comprato l’altro giorno-

-Si-

-Te non la canti Ariana al corso della Lui?-

-No, la Cami è Ariana. Io no-

-E tu chi vuoi essere?-

Mi guarda come se avessi fatto una domanda stupidissima, e se ne esce fuori, a 350 decibel, così:

-FRANCESCO GABBANI!!!!-

Dopo di che, parte in quarta a cantare tutta quella canzoncina. Perché la conosce a memoria. Ed ha anche una voce più squillante della sorella maggiore. E m’è rimasta in testa tutta la notte. Movimentavo prenotazioni a destra e manca con la mente che rimbombava di filosofia zen e panta rei.

Sopprimetemi. Vi autorizzo.

sabato 15 aprile 2017

"Ciao, sono Marcello"

"Ciao Marcello"

"Anche io lavoro in un albergo, e come tutti voi lavorerò durante questa Pasqua"

Mi piace pensare che sia un pò come per gli alcolisti anonimi: seduti in cerchio, ognuno si alza, al suo turno, e dichiara il suo problema.

L'altro giorno leggevo, su una delle pagine facebook dedicata a noi che lavoriamo in hotel, della solita, continua, trita e mai doma polemica su noi che lavoriamo durante le festività.

Questa Pasqua lavorerò. Qualche collega avrà libero mentre io, con altri, sarò in turno. E' la vita che mi sono scelto (o che mi ha scelto, dipende dai punti di vista) e non mi lamento troppo, in fondo. Me la canto e me la suono da solo. Ho uno stipendio, ho delle responsabilità, faccio fare fatturato all'azienda, a volte commetto degli errori. E' una ruota che gira, un ingranaggio non perfettissimo, ma funzionale. La possibilità di farmi una festività a casa l'ho avuta anche io, e spero di averne altre alla prossima occasione. Nella mia situazione ci sono molte altre categorie: medici ed infermieri negli ospedali costretti a cercare di salvare la vita di chi pensava che ingurgitare smodate quantità di alcolici ed imitare Vettel sulla tangenziale fosse un'ottima combinazione per ottenere divertimento, forze dell'ordine che passano il tempo a ricercare nelle campagne simpatici tizi la cui unica passione della vita è il terminare quelle degli altri, militari che lanciano bombe potentissime dietro l'ordine che un tizio coi capelli arancioni emana tra un par 5 e l'altro, autisti, macchinisti, gente di fatica (come urlava Totò in un suo film), piloti ed assistenti di volo che trasportano grassi e bolsi cinquantenni a trovare ragazzette di 18 anni appena compiuti su rilassanti ed incantevoli spiagge esotiche; bigliettai e macchinisti cinematografici (questa settimana è morta una persona che lavorava in un cinema, lo conoscevo da quasi 30 anni ed aveva poco più della mia età) e tante altre categorie che ora non cito e mi scuso preventivamente.

Ultimamente pare si siano aggiunti quelli che lavorano nei supermercati: cassieri e quelli che riforniscono gli scaffali da cui noialtri prendiamo i prodotti con cui riempiamo carrelli che, a pieno carico, necessitano del rimorchiatore che trainò la Costa Concordia dal Giglio fino a Genova.

Benchè sia un lavoratore alberghiero e quindi non mi faccia problemi a farmi turni nei festivi ed il fine settimana (costringendo me & moglie a parcheggiare le figlie dai nonni perchè anche lei lavora in albergo), rimango sempre molto perplesso sulle motivazioni che si elucubrano riguardo alle aperture domenicali e/o festive dei centri commerciali. A parte che un albergo rimane un luogo di relax e distensione, sarebbe preferibile che i festivi la gente li passasse a giro per città o campagne, che chiusi in un luoghi zeppi di altra gente a spendere soldi in roba che non gli cambierà la vita. Mi piacerebbe che la domenica rimanesse un'eccezionalità (e maggiormente retribuita, soprattutto), anche perchè non mando giù il fatto che supermercati si ma dentisti, avvocati e notai (tanto per dirne qualcuno) no. E se io volessi fare un rogito la domenica? Od una detartrasi a mezzanotte e mezza? Ma andiamo oltre: perchè non tenere aperto tutto sempre? Uffici comunali (lo so, fa morir dal ridere, ma ci pensate l'anagrafe aperta sempre? Andrei a farmi la carta d'identità alle 2 del mattino solo per stringere la mano all'impiegata/o che si fa il turno 23-7), le scuole 24 ore su 24 in modo da poter scegliere quando mandarci le figlie ("ragazze, questa settimana vi fate dalle 2 alle 9 del mattino, mensa alle 5"), per non parlare di comuni, regione, ministeri e parlamento, quest'ultimo vuoto anche quando dovrebbero esserci tutti. Ma non andiamo oltre, che si apre un vespaio di polemiche senza fine.

A me piace pensare che alberghi, ospedali, questure, ferrovie, aeroporti, cinema ed altri specifici luoghi rimangano un'eccezionalità. Un caso a parte. Mentre tutto il resto prosegue nel solco del rito festivo. Perchè noi umani, e la società, abbiamo bisogno di questi riti (per quanto, da non credente, me ne freghi altamente dell'evento religioso in sè).

Invece in tanti pretendono che anche i supermercati entrino a far parte dei posti sempre aperti. Non riesco a togliermi dalla testa la canzoncina: produci, consuma, crepa. Se i centri commerciali restano sempre più aperti per i festivi, è perchè la gente ci va. Ed un popolo che va a fare spese la domenica non è un popolo che ha necessità dell'insalata. E' un popolo malato di shopping compulsivo. Anzi, l'insalata ha un senso. Pure i libri.
Vestiario e telefonini, no.

venerdì 7 aprile 2017

Il lunedì, normalmente, sono di notte.

Il che significa che il giorno, se non ho avuto ANCHE il turno domenica notte, è come essere libero. Mi sveglio all'orario del resto del mondo diurno e posso dedicarmi, anima e corpo, alla tabellina di marcia scrupolosamente stilata dalla moglie:

-alzarsi e preparare la colazione per 4;

-accompagnare la ragazza 2 alle elementari (la 1 è già autonoma. Sigh, ogni tanto mi vado a rivedere quando era una piccola cucciolotta, mi mancano quei momenti. Ok, sto mentendo, non mi manca affatto quando si svegliava alle 2 del mattino richiedendo furiosamente un biberon);

-pulire, a dovere e con impegno, tutta la casa (il che comprende preparare le lavatrici e stirare il contenuto di quelle precedenti, oltre che spolverare mobili, aspirare pavimenti e cenciare ovunque come se stesse per arrivare, in visita, l'Imperatore del Giappone in persona);

-uscire a fare la spesa e, ultimo ma importantissimo punto:

-andare a prendere l'acqua al fontanello.

Non è che l'acqua della cannella di Firenze non sia potabile, ma ha quel non eccessivamente attraente odore di Cloro che aveva un suo fascino nel periodo in cui tentavo di studiare Chimica, ma non è proprio invitante quando si trova nel bicchiere. Cerchiamo quindi di variare il più possibile ed oltre alla decina di bottiglie di acqua di sorgente che mio padre ci porta ogni settimana dalla montagna, mi sottopongo ad almeno un paio di viaggi settimanali verso il fontanello pubblico.

Perciò il lunedì mattina sciacquo le bottiglie, le metto nell'apposito sacchetto portabottiglie, mi carico sulle spalle lo zaino della Gaia, gli dò la manina e ci avviamo verso scuola. Una volta accompagnata la ragazza all'ingresso, gli passo lo zaino e preseguo verso il fontanello.

Ora, dove abito io, sta imperversando, da diversi mesi, una serie di lavori che, a confronto, l'edificazione dei grattacieli di Manhattan erano castelli di sabbia per bambini:

i lavori della tranvia.

Io non sono il tipo che si lamenta dei lavori: se servono a migliorare la vita di tutti noi, dobbiamo accettarli. Adattarci. Subire, bofonchiare, ma farceli andar bene. Quando sarà finita, sarà magnifica, non lo metto in dubbio. So già che la prenderò volentieri per andare a lavorare. Ma al momento sono un vero patimento, un subire continuo e perenne, un pazzesco "finger in the ass", con buche profondissime che sembra stiano cercando il Pozzo delle Anime e quel che vi contiene. Specialmente dove abito io, zona Statuto, dove i lavori costringono ad un vero giro tutto attorno ai cantieri che Lewis & Clark, a confronto, andavano a fare una scampagnata.

Ma ho il vantaggio di essere un discreto camminatore, perciò, pazientemente, giro attorno al cantiere e percorro l'unico passaggio pedonale sotto alla stazione dello Statuto.

Passaggio bloccato.

In realtà si passa, ma in fila indiana, e ci sono almeno 3 persone, di cui una che spinge una bici, che stanno venendo dalla parte opposta. Si passerebbe anche in due file affiancati, ma da una parte non si può.

Due tizi ostruiscono il passaggio.

Abbarbicati alla recinzione che delimita i lavori osservano in religioso silenzio, completamente ignari del mondo che vorrebbe passare e loro ostacolano.

Se mettessimo a fila i loro anni, si tornerebbe indietro fino alla seconda guerra.

Quella d'indipendenza, intendo.

Pazientemente, attendo che queste persone passino, in modo da darmi via libera. Ovviamente i due vecchi, della mia presenza, neanche se ne accorgono, presi come sono ad osservare gli operai intenti a lavorare in una buca che sembra portare direttamente al Cocito.

Supero la stazione e mi dirigo verso centro, perchè quella mattina devo passare anche a fare un paio di commissioni in un paio di posti (sto mentendo, in realtà è uno solo: l'agenzia delle entrate. Vogliono verificare la dichiarazione dei redditi, perciò ho con me anche un bel plico di fotocopie); dopo passo dal fontanello di Piazza della Vittoria. Attendo il mio turno e riempio le bottiglie, poi torno indietro trascinando il sacco ora decisamente pesante. Quando mi riaffaccio al sottopasso dello Statuto, sarà passata più di un'ora.

Sono ancora lì.

E si sono moltiplicati: ora sono 3.

Adesso, dalla seconda guerra d'indipendenza, si passa direttamente al settecento, con parrucche e crioline.

Ovviamente, non si spostano. Mi fermo ed appoggio a terra, per riposare un attimo, il sacco con i 9 litri d'acqua.

-Ma 'un v'annoiate, a guardare lì fissi?- Mi vien proprio spontaneo chiederlo.

-O icchè s'ha a fare? E ci s'annoia a casa-

-Ci s'ha le mogli che ci buttan fori, c'hanno sempre da pulire-

Il terzo, quello più dedito all'osservazione scrupolosa, neanche mi considera. Neanche si gira. Lui sentenzia.

-Guarda, 'un fanno una sega, guarda! Noi si pagano e quelli 'un fanno un cazzo, son laggiù che chiacchierano!-

-Immagino che sappiano quel che fanno, no?-

-Ma 'ndove! Io lavoravo ai miei tempi, altrochè!-

-Si, come no, in ufficio in comune. Tu sudavi- fa uno degli altri due ridacchiando e dando di gomito al terzo.

-Si, lavoravo si. Mi davo da fare, e dimorto!- S'arrabbia Sentenza alzando su l'indice.

L'amico si volta verso di me, mi guarda e, sussurrando, se ne viene fuori così:

-La su' moglie si dava da fà!-

Il terzo si sporge dal fianco dell'amico e rincara la dose:

-Stava a aspettà lui, 'un li faceva, tre figlioli-

Io lì, a bocca aperta.

-E vi sentoooo!- ridacchia Sentenza. Proprio il soggetto del dialogo, intendo. Cui evidentemente, piace stare agli scherzi.

-Ok, io vado! Arrivederci- Afferro il sacchetto con i 9 litri d'acqua e filo. Mentre tutti e 3 ridono da matti. Ed a parte un paio di sguardi verso di me, non hanno mai distolto gli occhi dai lavoratori della tranvia.

Ci mancava un quarto, e potevano rifare il sequel di amici miei.

ps. questo incontro mi successe un 2-3 mesi fa. Loro non li ho più visti, quindi i casi sono due: o sono defunti o si sono spostati in Piazza Dalmazia, dove fervono ora i lavori.

Più probabile la seconda ipotesi.

ps. a causa di un paio di progetti a lungo termine che sto cercando di mettere a punto, il blog potrebbe subire interruzioni. Diciamo che sarà tanto se riuscirò a scrivere un paio di volte al mese.

M voglio communque ringraziare tutti quelli che sono passati, ed ancora passano, di qui a leggere i miei incontenibili deliri.

un marce molto impegnato :)