venerdì 11 marzo 2016



"Il portiere? Tu lavori come portiere? Ma fare il portiere è facile, devi solo dare le chiavi!"

Bastianich farebbe una faccia stranita, con gli occhi fuori dalle orbite, e se ne uscirebbe con la sua celebre frase: "Vuoi che muoro?"

Io preferirei fare come John McClane, quando si trova davanti al cattivo del film: sempre la stessa faccia stranita, ma nessuna domanda. Quindi, estrarre la Beretta e svuotargli il caricatore addosso.

Mentalmente, noi portieri abbiamo fatto più morti della peste nera del trecento.

Sminuire il lavoro altrui è, di pari passo con lo scaricare rifiuti ovunque capiti od essere convinti che i soldi risolvano tutto (nel calcio funziona, specialmente contro la mia squadra), il vizziaccio italico, peggio che non esercitare il proprio diritto di voto in maniera sbagliata. In Italia, quasi sempre con certezza.

Farlo nei confronti del nostro mestiere è, in particolare, un vero sport nazionale, a cui non si sottrae nessuno. Siamo il paese con praticamente la metà del patrimonio storico mondiale, e malgrado ciò il lavorare in una struttura ricettiva è considerato poco meno che da sfigati, da "non ho trovato di meglio", o "sempre meglio che la disoccupazione". Non so se ciò dipenda dalla sopravvalutazione che hanno gli italiani (gli altri, chiaro) di sè stessi e l'essere convinti di non valere meno di 20mila euro al mese senza lavorare seriamente (Rassegnatevi belli: esiste un solo posto che abbina eurodeputate e segretario della lega nord. Ed è stabilmente occupato). O forse dipende dal fatto che siamo un paese racchiuso in sè stesso, dove l'internazionalizzazione è ancora vista con profondo sospetto, ed il non parlare neanche inglese è ancora motivo di vanto e sicuro approdo in politica fino ai massimi livelli. Noi porteri viviamo di questo invece, e non solo per lo studio delle lingue od i turisti che accogliamo. O probabilmente tutto ciò dipende dalla profonda ed acclarata avarizia del popolo italico, sempre convinta che lo spennamento del turista sia il suo dovere principale, piuttosto che non la loro sincera accoglienza. D'altra parte la visita ai musei è ancora trattata come esclusiva dello straniero danaroso, e prova ne è che ai residenti l'ingresso è ancora, ostinatamente, a pagamento. L'altro giorno leggevo delle condizioni affinchè noi fiorentini si possa visitare gratuitamente uno dei "nostri" musei: il giorno del proprio compleanno. Uno su 365 gioni. Carpe diem. Organizzati e non rompere gli zebedei. Tutto quel che uno si sente di dire è: grazie, eh. Non capisco perchè quelli dell'oltrarno non si riuniscono tutti e 50mila quanti sono e non sfondino le porte di Boboli. Non c'è un ca**o di giardini, laggiù, e per entrare nell'unico presente devono pagare. Bella merdata di città, eh? Ma il resto della penisola non è da meno. Forse, pure peggio.

 

Farsi un fine settimana di lavoro quando la moglie è libera ha lo stesso gusto simpatico e divertente dei tweet del procuratore di salah dopo una batosta subita contro i giallorossi (a giudicare da ciò che scrive, dev'essere imparentato con membri dei servizi segreti egiziani, reparto sevizie e torture); perciò devo sorbirmi un 7-15 per poi trovarmi con la famiglia all'albergo dove lavora lei e nel quale sta avvenendo una piccola ma simpatica riunione.

E' difficile che noi portieri d'albergo si dia eccessiva confidenza agli ospiti delle nostre strutture. L'unica persona a cui ho dato sincera amicizia è Regina, una signora americana che viene spesso nel mio albergo, stessa camera, per visitare Firenze, l'Italia e soprattutto seguire fanaticamente Sergio Cammariere, di cui è una sfegatata groupie, e che lui invita pure nel backstage (l'ha anche citata in un'intervista, sbagliando completamente lo stato. Sergio, Regina è del Connecticut, non del Minnesota. E' come confondere il Friuli con la Calabria, via). A ricambiare l'amicizia Regina mi ha regalato due mega calze della befana con i nomi delle bimbe, per riempire le quali non basterebbe la produzione mensile della Ferrero.

Mia moglie e le sue colleghe hanno stretto una discreta amicizia con una famiglia americana sparsa in tutto il loro paese (California, Chicago, Wisconsin, Miami & NY) che ogni anno, puntualissimi, piuttosto che ritrovarsi a casa di qualcuno di loro negli States, si ritrovano nell'albergo a Firenze, Italia. Perciò sabato era stata organizzata questa piccola festicciola nella hall, con i vari dipendenti che si sono presentati, con figli (sprattutto figlie: ben 6) in albergo benchè non fossero in turno, ed una discreta quantità di cibarie fatte in casa, in particolare un tiramisù preparato dalla Maura (reparto colazioni) che già al primo assaggio aveva il magico potere di risvegliare le papille gustative e fargli fare la ola.

Non voglio tediarvi con tutto quello di cui abbiamo parlato con queste bellissime persone: ho condiviso il mio fortissimo amore per i libri di Bill Bryson (che loro, ovviamente, conoscono), ed ho raccontato l'epica storia del Magnolia mall, suscitando quindi ilarità e curiosità verso Florence, South Carolina. Solo che, ad un certo punto, mi misi a cianare con la più anziana del gruppo, una signora dal magnifico e profetico nome di Florence che, già solo al sorriso iniziale, si vorrebbe abbracciare come si fa con l'amatissima nonna o zia che si incontra solo una volta l'anno, alla vigilia di Natale. E lei, parlando di noi e del nostro lavoro, se ne esce (ve lo scrivo in italiano) con queste meravigliose, stupende, fantastiche parole:

"Vedi, voi tutti, che lavorate qui (parlava in senso lato, sa che lavoro anche io in albergo, benchè un altro), voi siete l'espressione, la faccia, dell'albergo. Voi siete l'immagine stessa del posto, voi SIETE l'hotel, perchè i clienti identificano voi con la struttura. Voi create gli affari (the businness). I vostri capi dovrebbero baciare i vostri piedi (kiss your feet)"

Stavo per mettermi a piangere; non mi commuovevo così da quando nacquero Camilla e Gaia, o dopo il 4-2. Mi viene spontaneo voltarmi verso la Sara, che mi osservava con sguardo eloquente, palese considerazione che abbiamo di chi non apprezza i nostri sforzi come portieri. Di chi non ha mai lavorato seriamente ad un bancone di una struttura ricettiva, o comunque al contatto con il pubblico di un qualsiasi posto di lavoro che ha a che fare con i turisti, le persone che vengono a visitare i nostri splendidi, magnifici, incredibili monumenti. Di chi non si sforza neanche di immaginarsi un lavoro dove la tua faccia E' il lavoro. Lo fa una signora americana del '33, che non perde occasione di venire qui, nella città che ha il suo nome e per alloggiare nel solito posto, e che quelle persone a cui contribuisce a pagare lo stipendio l'hanno ripagata, per una volta, con un pomeriggio intero dedicato a lei anche se avevano giorno libero, parlando, mangiando dolci fatti in casa e bevendo vinsanto.

Grazie Florence, grazie infinte. Avrei voluto avere con me, in quel momento, uno scalpello ed una lastra in pietra per riportarci sopra, a beneficio dei posteri e del sottoscritto che lo avrebbe appeso alla parete del salotto, quei bellissimi apprezzamenti. Ma non li avevo. Certi oggetti dovrebbero essere come la frusta per gli avventureri, o gli occhiali da sole per gli uomini in nero, od i giubbotti in pelle della Gestapo: immancabili. Pazienza. Mi acocntenterò di riportarle, come faccio sempre, nel mio piccolo, inutile blog.

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