martedì 12 dicembre 2017


Prima ancora delle automobili o dei cioccolatini, c'è una sola e grande azienda che scuote l'immaginario mondiale sugli abitanti della penisola.

La Piaggio.

Avevo poco più di vent'anni e giravo come un matto per le vie di Frenze a bordo di un vespone 200 dall'improponibile color sabbia, con un mega giglio rosso in campo bianco da un lato e la bandiera del Granducato dall'altra. Amavo quel mezzo, con la possibilità di viaggiare in autostrada e quel gusto unico di cambiare le marce con la manopola sinistra, specialmente quando andavo sparato sulla provinciale ancora assente da autovelox in direzione Pistoia ed il preziosissimo biglietto per il Blues in tasca.

Oggi quel gusto è sparito, fagocitato dalla monomarcia, ed anche i vesponi di nuova generazione non hanno più quella mitica manopola sinistra puntata in basso quando aprivo a tutta che mi faceva quasi sentire parte del Joe Bar Team (il miglior fumetto francese di sempre) e quasi sognavo di poter competere con la Norton Commando o la Kawasaki tricilindrica.

Rimane il mito. Inciso nella storia da Joe Bradley che scorrazza la principessa Anna a giro per Roma.

Noi, in albergo, vendiamo tour.

Potete visitare la città, entrata ai musei compresa, o andare a visitare i dintorni tipo la piazza dei cavalli o la torre storta. E ci sono anche i tour che ripropongono i viaggi mitici dell'Italia che fu, quella dei viaggi in 500 per le provinciali nel Chianti.

O, appunto, i vesponi.

Che non sono più come quello che avevo io a vent'anni, con il cambio sulla manopola sinistra, ma pur sempre scooteroni a due ruote per la cui guida occorre una certa capacità. Peraltro nella pubblicità del tour, sia sui siti delle compagnie che lo organizzano sia sui loro depliant, c'è l'immagine di due ragazzi senza casco su una Vespa di vecchio stampo. Ma tant'è, è sempre un giro per le strade della Toscana. Uno passa anche sopra a questi dettagli, se proprio si vuole godere questa esperienza.

Ci arriva questa richiesta per e-mail.

Io e la Georgiana la leggiamo e, senza neanche consultarci più di tanto, decidiamo all'unisono di sconsigliarle. E' vero che prendiamo una commissione per ogni tour venduto, ma non ce la siamo sentita di suggerire un tour del genere a 4 persone sui 50 senza esperienza, come candidamente scritto da una di loro. Glielo abbiamo scritto sinceramente e lo hanno capito. E non abbiamo sbagliato. Erano 4 paciose signore inglesi, deliziose come tutte le inglesi (nei momenti di sobrietà) e che non vedevamo assolutamente capaci di gestire un mezzo del peso di un quintale e particolarmente scattoso se si apre subito la manopola.

Poi magari ci stupivano e ne erano capacissime ma, come dicono proprio loro in casi come questo, "just in case"....

ps. e comunque ci starebbe bene la battuta: "Vacanze romane" ha devastato la mente di più di una generazione.
 

sabato 25 novembre 2017

In occasione dell'immancabile, puntalissima, irrefenabile maratona di Firenze e della meravigliosa disponibilità che indica "zeru camere" perchè abbiamo venduto tutto già da eoni a prezzi che rasentano il reato di concussione, riscriverò uno dei miei racconti più vecchi, nati dall'incredibile, assurda, pazzesca domanda rivoltami da una cliente argentina anni fa. E che stavolta riscriverò in italiano e non in spagnolo.
 
Lavoro in albergo, sono un portiere.
 
Mi piacerebbe poter dire: lavoro in una società calcistica, sono un portiere. Ma non è così. E comunque, anche lì, dipende sempre. Fosse la Fiorentina, ad esempio, potrei accettare un patto col diavolo. Fosse il povero Benevento lo sarei un po' meno. Ma tant'è, mi consolo pensando che la mia mancanza di talento calcistico è condivisa con un buon 99% della popolazione del pianeta, e malgrado ciò qualcuno gioca comunque nella massima serie. Un paio di miei amici giallorossi, ad esempio, pensano che sia molto meglio dell'indimenticabile Goicoechea. E nella mia modestia sono lieto di dire che si, hanno pienamente ragione.
 
L'albergo dove lavoro si trova nel centro di Firenze. Ci si può arrivare con l'auto ma è, eufemisticamente parlando, un casino. Bisogna stare attenti alle corsie preferenziali, alle telecamere che il comune pone entusiasticamente un po' ovunque, cessi compresi, alle stradine piccole e non percorribili, e malgrado ciò tanti non arrivano a capire che no, questa non è una città da auto. Ho avuto clienti che mi hanno chiesto come fare ad andare in auto dall'hotel agli Uffizi, come se avesse un parcheggio da Disneyland di Los Angeles, e che purtroppo non accettano la frase “Non è possibile”. Eppure siamo a 10 minuti 10 a piedi dai musei. Non comprendono che l'unica maniera per muoversi in auto qui è convincere il Dottore a farsi prestare il Tardis, andare indietro alla Firenze di 1500 anni fa e convincere l'assessore all'urbanistica di allora ad edificare strade a 4 corsie con relativi parcheggi. Una volta lo dissi pure ad un cliente. Mi guardò come se gli avessi detto che ero la reincarnazione dell'autista di Lady D, e che avevo finalmente imparato a percorrere il tunnel dell'Alma.
 
E tutto ciò senza tenere conto degli imprevisti, e non sto parlando di quelli del Monopoli. Mi riferisco alla coincidenza tra i clienti convinti che il mondo si muova intorno a loro e l'evento mondiale che tutto travolge. In quel caso otteniamo lo scontro di titani. E nel mezzo purtroppo c'è il portiere.
 
Un venerdì, turno di pomeriggio. Arrivo di clienti in auto. Auto ovviamente noleggiata, sono sudamericani. Scaricano i bagagli e si presentano al check-in. Come sempre, gli spiego le tariffe del garage con cui lavoriamo. Dico loro, piantina alla mano, che non hanno bisogno dell'auto per girare in città, ma loro insistono. Domenica prendiamo l'auto. Assolutamente.
 
Niente e nessuno gli farà cambiare idea.
 
Domenica.
 
Settembre del 490 a.c.
 
Un oplite, scansando centinaia di corpi di persiani in putrefazione, si presenta davanti al suo generale.
 
-Mi aveva fatto chiamare, generale Milziade?
 
-Ah, Filippide, eccoti qui. Senti 'n po', te c'hai campo?
 
-Come dice, generale?
 
-O che tu sei? Sordo? T'ho chiesto se tu c'hai campo. Qui e 'un si becca nulla, 'cidentamme e quando ho fatto i'contratto 'olla 'oppe voce.
 
-Ma... io... veramente...
 
-'Scorta, e c'ho da chiama' Atene e dinni 'he s'è vinto, ma 'un si piglia; c'ho bisogno tu mi ci vada te, via.
 
-Ma... generale... sono 42 chilometri e 195 metri!
 
-Tessaglia maiala, e lo so anch'io quanto c'è da qui ad Atene, ma tu ci devi andare, pohe storie! Piglia e parti, vai.
 
-Se proprio insiste...
 
-E insisto si, moviti! E ci 'orsa!
 
E così Filippide si sciroppò tutto di corsa fino ad Atene per dire che i greci avevano battuto i persiani a Maratona. 4-2.
 
Richiamo i clienti prima che salgano in camera.
 
Voi, domenica, non andate da nessuna parte.
 
Domenica, a Firenze, c'è la maratona. La città è off-limits. Imposible. Verboten. No way. できません .
 
Mi ci vuole una mezz'ora buona per fargli capire che il 90% delle strade è chiuso perchè ci corrono a piedi; devo pure aprire la pagina wikipedia alla voce “maratona” in più lingue, ma alla fine lo comprendono. Almeno così penso.
 
Illuso.
 
La moglie ci ripensa un attimo e torna al bancone:
 
"Ma lei non può chiamare e chiedere che la facciano un altro giorno?"
 

mercoledì 8 novembre 2017

Fallimento e C2.

"Noi storia finita. Torno Seoul mio ragazzo aspettare di me. Addio"

"A Babbo Natale chiederò...." segue lista di prodotti disney per un totale pari ad una mezza dozzina di rate del mutuo.

Il cantiere della tranvia aperto nottetempo che sbarra, a tradimento, la strada che percorrevi, ogni giorno, per andare e tornare a lavoro. E ti costringe ad una camminata che, nella storia dell'umanità, hanno percorso solo Lewis & Clark.

Quelli che partono senza pagare la tassa di soggiorno.

Grey's anatomy tutti i giorni, allo stesso orario dei Simpson e Futurama. E si sa chi detiene il potere del telecomando, ovunque sul pianeta. No, non sono uno di quelli.

Ci può essere qualcosa di peggio?

Purtroppo, si.

Questo:


Molto molto molto prima dell'ora X. Non sono presente.

Chiama. Vorrei una camera. Ce l'abbiamo. Costa tot. La prendo. Arriva. Come sarebbe a dire pagamento anticipato? Io non anticipo un bel niente. Allora arrivederci, rivendiamo la camera a qualcun altro. Questo è uno scandalo, voglio parlare con il direttore.

Fino a qui, può sembrare un classico di noi portieri. Ce li siamo trovati davanti spesso, elementi del genere.

Questo no. Questo è speciale.

Nel senso distruttivo del termine.

Millenni di supponenza, arroganza e presunzione condensati in un unico elemento bipede penisolano. Secoli di ottusità, sbruffonaggine, rabbia e, soprattutto, distruzione ed annichilamento verso sè stessi e tutto ciò che lo circonda riuniti in un singolo individuo. E moltitudini di italiani che, cervello o meno, fuggono all'estero.

Per evitare lui.

Ben vestito, barba di qualche giorno e, aimè, italiano.

Il mio sontuoso ed efficentissimo capo ricevimento, che io chiamo con il soprannome di Eva Kant, accorre a supporto della collega da noi denominata Signorina Rottelmeier. Entrambe ribadiscono: pagamento anticipato. Il tipo, che definiremo per comodità "Genny", sbraita ed urla, si dimena, si agita come un tirannosauro in astinenza da cibo quando riesce ad uscire dal recinto non più elettrificato, ma alla fine si convince che se non scuce non ottiene nessuna chiave.


Molto molto prima dell'ora x. Non sono presente.

Genny non è solo. Come l'originale, ha una "compagna", che chiameremo, guarda caso, Azzurra.

Una transuessuale

Lui rientra il giorno dopo con lei, e la presenta proprio come tale: "la mia ragazza"

Normalmente evitiamo le transessuali perchè al 90% sono professioniste del settore e si presentano abbigliate in "divisa da lavoro" (minigonna uterina e seno a balconcino). Da questo punto di vista lo facciamo anche per le vere donne. Non è una cosa da albergo rispettabile. Non proprio quel che si vuole mostrare quando scende a fare colazione, magari nel tavolo accanto a quello di un'allegra famigliola. Ma per una volta passiamo oltre perchè almeno lei è gentile, non urla e soprattutto è vestita normale.

Il problema non è lei. E' lui.

Perchè Genny esce e rientra in albergo sbraitando. Completamente ubriaco. Gli altri clienti si lamentano del frastuono, specialmente la notte. Fa storie per pagare anticipatamente la camera (perchè ogni giorno allunga il soggiorno di un'altra notte, ed ogni giorno i miei colleghi lo obbligano a scucire il dovuto).
In poche parole, un inferno per tutti, ospiti e colleghi.

Così ottiene lo splendido, puntale, immancabile risultato: la nostra direzione ordina di non rinnovargli il soggiorno. Domani deve sloggiare.


Poco prima dell'ora x.

Entro in turno pomeridiano e la signorina Rottelmeier mi informa sugli ordini di herr direktor: quando rientra nessun prolungamento. Ha pagato fino al giorno dopo, quindi domani deve fare il check-out. Nessuna eccezione. Nessuna pietà. Neanche se paga la camera 10 volte quanto l'ha pagata fin'ora. Neanche se si prostra in ginocchio. Neanche se estrae una Luger. Domani rauss. Adieu. Do Svidanjia. さよなら

Tocca a me affontarlo. Preferirei avere a che fare con una squadraccia di camicie nere, e sono convintissimo che se tornassimo agli anni venti ne farebbe entusiasticamente parte. Ma è da solo.


Ora x.

Giacca elegante, barba di qualche giorno, Genny mi appare con la sicurezza e la soddisfazione di un europarlamentare leghista all'ufficio paghe di Strasburgo. Prima ancora che mi accinga a informarlo della ferale notizia della sua prossima partenza da questo ameno luogo, lui parte subito in quarta:

-Allora, visto che volete essere pagati, ora vi anticipo le prossime 3 notti-

-Ehm... guardi, sono piacente ma domani siamo già al completo e non abbiamo più came...-

-COL CA**O, IO VI PAGO 3 NOTTI E RESTO QUI-

-No, senta, non alzi la voce perc...-

-VOGLIO PARLARE CON IL DIRETTORE, SUBITO!!!-

E lì, mi si apre la vena. Il bolscevico-stalinista che è dentro di me si agita compulsivamente ed emerge furioso con la ferrea vlontà di rinchiudere il nemico del popolo del suo gulag.

-Ecco, se la mette così, le dico subito che non c'è affatto bisogno di questo comportamente; lei qui dentro non è persona gradita e domani se ne va!-

-NO, LEI ORA CHIAMA IL DIRETTORE, IO NON ME NE VADO MANCO PER IL ..... -

-IO NON CHIAMO PROPRIO NESSUNO, LEI PRENDE LA SUA CHIAVE, STANOTTE DORME E DOMANI SLOGGIA, CHIARO?- (Dio, quanto ho desiderato urlarlo, in tutti questi anni)

Andiamo avanti così per qualche minuto, e fortuna che, in questo questo duello verbale su cui costui pensava di poter competere (sono toscano, come decibel posso tranquillamente sovrastare un airbus in pieno decollo) non passa nessun cliente e gli unici testimoni sono Niccolò, il facchino, che ha già notato la mia vena pulsante sul collo e ha il fondato timore che io scavalchi il bancone per fiondarmi sul tipo e praticargli un rito azteco con le forbici, e la transess....

Improvvisamente, ci accorgiamo che la "ragazza" è sparita.

L'essere si zittisce, si volta attorno, guarda pure a terra, forse immaginando che la sua amichetta si sia acquattata sotto al divano, ma quando si rende conto che lei l'ha piantata in asso, diventa ancora più belva.

-SE N'E' ANDATA! QUELLA TR.... E' ANDATA VIA! GLI HO ANCHE ANTICIPATO 100 €-

Io e Nicco prima lo guardiamo stupefatti, poi voltiamo la testa e ci guardiamo con gli occhi fuori dalle orbite quando lui prende il cellulare, esce dall'albergo mentre demolisce l'intera religione monoteistica perchè dentro non gli prende e, una volta sul maciapiede, non appena lei risponde, gli urla:

-TI HO GIA' DATO 100 €, TR..., ORA TORNI SUBITO QUI, CHIARO!-

Un maciapiede molto affollato, colmo di persone. E sono sicuro che hanno capito tutti nel raggio di mezzo chilometro, indigeni e turisti.

E quando ha finito la chiamata e rientra, mentre mi preparo per il secondo round, lui si scusa profondamente!

-No, davvero, mi dispiace. Tu fai il tuo lavoro, ci mancherebbe. Domani parto, ora chiamo un altro albergo, tranquillo. Ma lei deve tornare, che ca...-

E quasi mi allunga la mano a volermi toccare sulla spalla. Un secondo prima non avrebbe esitato a rischiare un corpo a corpo nucleare con il sottoscritto e un attimo dopo è diventato un amicone.

Un campione del bipolarismo, come mi disse un mio amico quando gli riferii la disavventura.

Dopo pochi minuti lei arriva, chiacchierano un momento poi lei entra e si mette a sedere davanti al bancone mentre fuori lui chiama un altro albergo per il giorno dopo. Lei, che all'apparenza pare veramente una vera ragazza con tutte le forme al loro posto, mi osserva con sguardo sconsolato e poi, con una certa voce baritonale e accento sudamericano, se ne esce con scuse quasi sincere e la giustificazione che -Sai, lui ha questo problema del bere-

Al che la guardo, poso le mani sul bancone e, mi viene proprio spontaneo, pongo una domanda in fondo stupidissima:

-Ma non te ne potevi trovare uno normale?-

Ma lei si limita ad alzare gli occhi al cielo e sospirare.

E non poteva darmi una risposta più eloquente.

mercoledì 1 novembre 2017

Trent'anni.

Trenta anni possono essere il sunto una vita umana. Il concentrato di azioni di un singolo bipede.

In trenta anni puoi tirare su monumenti immensi destinati a resistere millenni.

In trenta anni puoi fare un'intera guerra. O portare a compimento 6 piani quinquennali. Trenta anni sono la durata di una dittatura in Africa e due conflitti mondiali in Europa.

In trenta anni puoi girare il mondo, anche più di una volta. Se hai i soldi. Oppure lavorare per permettersi di girarlo. Se si ha un lavoro adeguato, certo.

Trenta anni sono il tempo per realizzare mezzo chilometro della Salerno - Reggio, per avere una dozzina di legislature parlamentari ed una ventina di governi.

Trenta anni li bruci in un istante se possiedi un flusso canalizzatore.

Trenta anni fa ero alle medie.

I miei 3 anni di scuola media sono state abbastanza anonime. Il solito bulletto personale che ti tormenta, insegnanti totalmente privi di qualsiasi senso di comprensione o minima capacità educativa, compagni che ti deridono in massa ad ogni banalità, al più piccolo passo falso.

Ricordo Andrea, con cui facevamo finta di studiare, salvo poi giocare al pallone. In camera. Con una pallina di gomma piuma. Uno dei ricordi migliori.

Lo scudetto dell'82, terzo sul campo, ancora in attesa della restituzione.

Il coro della scuola, messo su dalla compianta insegnante di musica, l'unica che mi abbia trasmesso una passione per qualcosa in quei 3 anni e dove io e un anonimo -per me- tipo di un'altra sezione eravamo gli unici tenori, i soli uomini; rammento bene l'esibizione nella sala musica di fronte alle due classi (per me corrispondeva all'intera popolazione mondiale) e la preside che abbraccia e bacia sulle guancie l'altro ragazzetto, manco fosse stato un novello Beniamino Gigli. Io non venni minimamente considerato.

Ricordo orrendi filmetti francesi su quella cosa detta "adolescenza" e di cui io, da maschio appena approdato alla doppia cifra degli anni, ero ancora ignaro. Fissato perennemente sul pallone ed il sogno irrealizzabile di diventare un nuovo Antognoni, sui soldatini Atlantic di cui sono ancora fiero possessore, ed i cartoni giapponesi incentrati su robot che si combattono nel centro di Tokyo. Noi maschi arriviamo sempre dopo.

Le ragazze no. Loro erano già avanti. Anni luce.

Dietro di me, di due banchi, ricordo bene il sorrisetto malizioso di questa ragazzina. Già matura, già sveglia ed attenta al mondo che la circonda, già pronta ad osservare, studiare, capire chi le stava attorno. Ma sempre con il sorriso.

Ecco, quel sorriso è una delle cose che ricordo meglio delle medie.

Trenta anni dopo.

Uomini e donne maturi, adulti, che trascinano verso le elementari legioni di bambini. Qui, una volta consegnata la prole al meraviglioso mondo dell'istruzione italico, ci sono le inevitabili chiacchiere tra noi genitori: come va? Ci beviamo un caffeino? O come s'è fatto a perdè ieri sera coi'Chievo?

Poi, improvvisamente, tra la folla di genitori assiepati all'ingresso del luogo d'istruzione, mi appare davanti questa donna. Con i capelli non più lunghi ma lo stesso sorrisetto malizioso, lo stesso sguardo attento e scrutatore.

-Te sei Marcello. Il "mugna"-

La guardo così, intontito come solo io riesco benissimo a essere, anche se i neuroni hanno già realizzato il collegamento. Un collegamento di trenta anni, ma passato in un nanosecondo all'interno del mio cervello.

-Marta! La Marta Di Santo!-

E così ci siamo ritrovati. Compagni di classe delle medie d trenta anni fa, siamo rimasti a vivere nello stesso quartiere, abbiamo messo su le nostre rispettive famiglie e portiamo le/i figlie/i alle stesse elementari. E quindi le solite chiacchiere su cosa facciamo nella vita, come siamo cambiati, che abbiamo realizzato, o distrutto, in questi trenta anni, per poi cadere nell'amicizia su facebook.

Poi, qualche mese fa:

Proprio da facebook arriva questa richiesta: votami. Promuovi la mia candidatura. Che non è un'elezione politica, ma un concorso di una nota ditta di abbigliamento che porterà venti donne alla maratona di New York.

Come nella più classica tradizione italiana dai tempi delle preferenze, un voto non si nega a nessuno. Voto. E contribuisco. La Marta diventa una delle venti. Ed oggi parte per New York.

Ora, io non sono il tipo fanatico della corsa. Ho seguito -distrattamente lo confesso- i progressi di Marta che, pidessiquamente, postava su facebook. Lei e le altre allenate duramente da Gelindo Bordin, un nome che, per la corsa, viene ancora prima di quello di Filippide. Per uno come me, che pure nel pallone ha sempre scelto il ruolo più statico dove, al massimo, si cammina fino al limite dell'area o ci si butta a terra nel -spesso vano- tentativo di afferrare la sfera, la corsa rimane un qualcosa di totalmente incomprensibile. Innaturale, pure. Rimango convinto che noi esseri umani siamo fatti per il bipedismo lento: camminare e stop. Dove per camminare intendo sempre il percorso dal divano al frigorifero e viceversa. Non oltre.

La Marta no. Lei corre. E mi piace immaginarla mentre attraversa Central Park con lo stesso sorriso di quando percorre uno dei viali alberati dentro le Cascine.

E quindi, dopo tutto questo lungo prologo su come si cambia (Mannoia in sottofondo), l'unica cosa che mi sento di dirle sono i miei migliori in bocca al lupo. O, come direbbero di giapponesi, ganbatte kudasai. A lei e le altre donne che correranno, novelle Forrest Gump a piedi per le strade dell'America, anche se limitata a quelle della Grande Mela.

Divertitevi ragazze. Sarà una bella sfida.

Io sono impegnato in una ben più difficile e complessa:

alzarmi dal divano e raggiungere il frigorifero.




mercoledì 25 ottobre 2017



Camera a fermo.
La cameriera si è rifiutata di "pulirla". O quanto meno tentare.
Non posso dargli torto.
Ci crediate o no, era un uomo solo.
Ok, uomo è esagerato. Un essere bipediforme dall'età ultra-ultra-ultra. Se la sua pensione è di 3 dollari e 50 al mese ed immutata da quando non lavora, a quest'ora dovrebbe già essere milionario. Probabilmente era presente quando Grant attaccava Lee in Virginia.

Un matto. Una furia. Un finger in the ass.
Pugni sbattuti sul tavolo, minacce alle receptioniste, pretesa di pagare più del dovuto con la carta di credito ed avere il resto in contanti ed urla alla risposta negativa, urla alla richiesta di lasciare la camera alle 12 (l'ha fatto alle 14, le cameriere hanno unito gli sforzi ma anche in due hanno staccato un'ora dopo del dovuto) e la perla finale: aveva prenotato un 3 stelle a Milano e chiedeva alla receptionista di aiutarlo. Spulciando tutti i 3 stelle di Milano (una robetta da nulla, quanti saranno mai?). Perché non conosce la password della sua mail.
Solidarietà ai miei colleghi alla reception e le cameriere. Grazie a chi ha girato il filmato e grazie chi me lo ha passato.




domenica 1 ottobre 2017

Lavori alla reception di un albergo se:

-Quando ti alzi la mattina, se rifai il letto dici che lo fai "a fermo"; se cambi le lenzuola lo fai "in partenza".

-Stessa cosa per la pulizia del bagno.

-Non apparecchi. Prepari il "buffet".

-Quando le figlie entrano a scuola fanno il "check-in". All'uscita, ovviamente, sono in "check-out".

-Parenti e/o amici che vengono a trovarti a casa, sapendo il tuo lavoro, entrano dicendo che "abbiamo prenotato la suite presidenziale";

-Quando rientri a casa dopo una dura ed intensa giornata di lavoro, ti capita di parlare in altre lingue fuorchè l'italiano.

-Qualsiasi foglio, lista della spesa, bolletta o compiti delle figlie, lo tratti come "pratica prenotazione".

-Il tuo appartamento non è il primo a sinistra del pianerottolo al secondo piano, ma la "202".

-"Marce, ci sei per giocare domani sera?"
"Grazie, ma ho il turno 15-23" (oppure: ho la notte e comincio alle 23)
"Ah, peccato, proviamo il nuovo gioco premiato ad Essen"
"Acc.... grrrr.... grazie lo stesso, divertitevi (spero di no)".

-Quando senti qualcuno affermare che "siamo un paese che deve puntare sul turismo", pensi che vorresti sbatterlo al bancone a farsi un turno di alta stagione.

-Quando esci di casa per andare al lavoro al mattino le strade sono vuote; se invece rientri dopo un turno di notte, in direzione opposta c'è una fila interminabile di bus strapieni, auto, scooter strombazzanti che sembrano i festeggiamenti della Coppa Italia del '96.

-Prima dell'avvento del whatsapp, comunicavi con il resto della famiglia tramite post-it attaccati al frigo.

-Fai la spesa al supermercato la mattina, quando ci sei solo te ed una dozzina di donnine pensionate (i mariti sono a visionare i lavori della tramvia).

-Le carte di credito ed il loro funzionamento, per te, non hanno segreti.

-Il tuo fine settimana sono mercoledì e giovedì. Quello che per gli altri è il triste lunedì, il giorno del rientro al lavoro, per te è il venerdì.

-Ed infine lo storico, onnipresente, immancabile classico: quando suona il fisso di casa, in luogo del classico "pronto", rispondi, in automatico, con "Hotel ****** buongiorno, come posso aiutarla?"

giovedì 21 settembre 2017

Strauss ed il bel Danubio blu.

Il primo strizzacervelli, il più grande di sempre.

I Lorena ed il loro Granducato.

D'Annunzio che getta volantini con su scritto "avete perso, gne gne gne"

Gli occhi e lo sguardo sognante di Romy Schneider

Ma soprattutto la delizia, il gusto, la dolcezza, il cololesterolo, della regina delle torte.

Tutti noi dobbiamo qualcosa a Vienna.


Turno pomeridiano di centrale.

Ci scrive un'agenzia di viaggio austriaca. Lì per lì mi commuovo quasi: con il dominio delle OTA, è bello vedere che ci sono ancora poche, piccole agenzie che resistono e vendono, a clientela affezionata, viaggi e soggiorni in altri luoghi. E si prendono profonda cura dei loro clienti.

L'agenzia mi scrive che devono arrivare da noi delle persone, e ci devono mandare dei pdf con informazioni, voucher per l'albergo compreso. Mi scrivono anche il cognome di una di queste persone.

Cerco, nel gestionale, una prenotazione a questo cognome, ma non la trovo. Scrivo all'agenzia e loro replicano che hanno quello. Ma continuo a non trovarla.

Mi scervello. Si tratta di una camera tripla. Ci sono buone, ottime probabilità che in realtà il cognome che hanno loro sia di uno dei componenti, ma la prenotazione, sul nostro gestionale, abbia il cognome di un'altra persona. Come trovarla?

Provo a guardare così, quasi distrattamente e senza grandi pretese, tra i futuri arrivi. E trovo un cognome che, come suono, mi appare decisamente austriaco. Cerco il cartaceo nello schedario e lo trovo. E lì, sulla pratica, ci sono nomi e cognomi delle componenti: 3 signore viennesi in visita a Firenze, camera tripla con 3 letti separati. Fosse stata una famiglia, ci sarebbe stato un cognome solo. Qui sono 3.

Riscrivo all'agenzia, in tono trionfante, che abbiamo trovato la prenotazione. Ci inviino pure i vari pdf, che poi li stampiamo e li consegneremo alle clienti al loro arrivo.

E l'agenzia mi risponde con questo ringraziamento.

In realtà non ho fatto niente di speciale. Sono stato anche un pò fortunato, non mi sono sbattuto neanche più di tanto. Ma in ogni caso, è bello sapere che, ovunque io sia, là a Vienna c'è ad aspettarmi una torta Sacher, tutta per me. Non si vive mica di sola schiacciata alla fiorentina.

Se sparisco qualche giorno, sapete dove sarò.

Tornerò più grasso.

Ma ne sarà valsa la pena.

ps. il nome di una delle agenti di viaggio dice tutto.


martedì 12 settembre 2017

La pelle ambrata tipica del subcontinente indiano

Le grinze e la magrezza che un Ghandi ne sarebbe ammirato e affermerebbe fiero che "così si comporta una brava e frugale femmina"

Lo sguardo spaventato di chi ha visto arrivare all'orizzonte i velieri di Sua Maestà britannica colmi di giubbe rosse, o in subordine i mercantili italiani zeppi di marò

Mi esordisce con un mix di inglese e francese, parole prese a prestito da entrambe le lingue e con altri termini a me perfettamente sconosciuti perchè non sono neanche italiano, spagnolo, giapponese o klingon. Lingua che mi vanto di conoscere a furia di seguire le lezioni di Sheldon Cooper.

Ma la traduzione di quel che colgo è qualcosa di strabiliante

-Non trovo più mio marito-

Rimango così, congelato nel il sorrisetto d'ordinanza di portiere d'albergo nell'esercizio delle sue funzioni a qualsiasi ora del giorno e della notte e con qualsiasi cliente mi si palesi di fronte, senza realizzare immediatamente quel che, in realtà, il mio subconscio ha perfettamente compreso.

Neuroni che schizzano all'impazzata all'interno della scatola cranica e che vanno tutti, immancabilmente, a cadere sui ricettori della parola "bischero" e "sveglia!!!11!1!"

-E' uscito due ore fa, lei non l'ha visto?-

Non ricordo indiani usciti da quando ho cominciato il turno, ore 23. Di solito fermo tutti quel che mi passano davanti, sia per farmi lasciare la chiave della camera sia per ricordargli che, dopo la mezzanotte, devono suonarmi il campanello perchè mi barrico all'interno dell'hotel neanche fossi Davy Crockett dentro Alamo.

Mi spiace signora, non l'ho proprio visto. Le aveva detto che usciva? Probabilmente lo ha fatto prima che cominciassi il turno di notte, alle 23. Ha provato a guardare sulla terrazza? Si, abbiamo una terrazza. Voi avete una camera al primo piano ma c'è una terrazza al terzo, magari è lì seduto a godersi il fresco della serata agostiana fiorentina.

La signora sale, con il cuore gonfio di speranza e futura gioia nel ritrovare l'amato consorte sperduto, ma dieci minuti dopo riscende più angosciata di prima. Stavolta in compagnia di una figlia adolescente con molti, troppi centimetri scoperti. Cosa che, nel sottoscritto, vista l'età e due figlie quasi sue coetanee, provoca non più eccitazione ma puro disagio.

-Ha provato a chiamarlo?-

Si, ma non risponde, mi dice lei con voce che tradisce una preoccupazione in vertiginoso aumento. Mi faccio dare il numero e provo anche io.

Suona

Risponde

Gli dico che la moglie è preoccupata della sua assenza e le passo la cornetta. Lei, freneticamente, domanda dozzine di volte, a raffica, dove si trovi. Lui, evidentemente, non pare intenzionato a rivelarle la sua geolocalizzazione.

Alla fine lei si blocca, ammutolita, e mi passa la cornetta lanciandomi questa incredibile, allucinante, pazzesca affermazione:

-E' ubriaco-

Mi sfugge, totalmente e senza remore di sorta, la motivazione per cui un uomo debba andare in vacanza con la famiglia in un altro continente e poi lasciare nottetempo la struttura che li ospita allo scopo, decisamente poco nobile, di ingurgitare alcolici in una città a lui totalmente sconosciuta.

Quel che noto maggiormente però è l'espressione della signora, passata in un nanosecondo dalla preoccupazione più profonda ad un qualcosa che tradurrei come "Fanculo, me lo aveva detto mia madre che dovevo sposare Hadendra il raccoglitore di sterco di vacca nelle strade, uomo posato con lavoro stabile", e schizza su per le scale con la figlia alle calcagna.

Mi scuoto dallo stupore di ciò che ho appena visto e, soprattutto, sentito. Riprendo il mio lavoro.

Ore 3 del mattino. Bussano alla porta.

Tralasciamo il solito, immancabile caso dell'ennesimo cliente che, a dispetto dell'evidente presenza di un campanello, si ostina a sbattere le nocche sulla vetrata, sorpreso di trovare un portone chiuso ad un'ora antelucana, signora mia dove andremo a finire. Accorro ed apro. Davanti ai miei occhi, un mastro lindo indiano quasi mi abbraccia e mi presenta i suoi nuovi amici: due ragazzi poco più che ventenni che mi salutano con sguardo imbarazzato: semplicemente, lui si era perso nei meandri del rinascimento fiorentino, e all'accorata richiesta di aiuto i due baldi giovani avevano volentieri prestato soccorso accompagnandolo fino alla magione: l'albergo dove lavoro, appunto. Chiede di offrirgli ettolitri di bevanda al luppolo ma, prima che possa dirgli che non posso (e non voglio) vendere alcolici a quell'ora, i due replicano, con un inglese particolarmente stentato, che non bevono alcolici. Il che è alquanto sorprendente e la cosa non può che farmi piacere. Ma lui insiste, vuole offrire per ringraziare dell'aiuto. I due mi osservano con sguardo interrogativo:

-Oh, beh, se ve lo offre, un succo di frutta prendetelo-

A quel punto, titubanti, accettano ed entrano nella hall. Si fanno offrire da bere (un succo in due, malgrado le insistenze del muscoloso indiano, che per sè chiede un caffè doppio) ed a quel punto mi spiegano, in italiano, tutto l'accaduto. Hanno accettato di aiutarlo anche se "sembra un tipo strano". In effetti l'indiano l'indiano saltella da una parte dall'altra come un grillo. Alla fine i due ragazzi decidono che è il caso di tornare a casa. L'indiano ringrazia sentitamente prendendogli la mano e baciandogliela, poi si salutano.

Non faccio a tempo a richiudere a chiave la porta dell'albergo che il tipo mi chiede un whisky doppio.

-Mi spiace, ma non posso vendere alcolici ora (traduzione: basta alcool, vai a nanna)-

-Ah, giusto giusto. Lei è un bravo lavoratore, i suoi capi devono essere fieri di lei (giuro, ha detto proprio così). Posso avere un altro caffè?-

Accetto di fargli un altro caffè, e glielo offro pure. Lui insiste affinchè prenda qualcosa anch'io, ma a quasi le 4 del mattino sono decisamente sul cotto andante ed ho ancora del lavoro da finire. Non mi va di cominciare una chiacchiera infinta, non lo farei neanche con Katherine Heigl . Ringrazio ma gli spiego la mia situazione. -Oh si, capisco capisco- Prende il suo caffè e va a berselo davanti al ricevimento invece che al bar. E se ne sta lì una buona mezz'ora prima di lasciare la tazzina sul bancone e, finalmente, salire in camera.

E mentre vado a riportare la tazzina nel bar, spero, molto perfidamente, che la moglie sia lì sveglia ad attenderlo.

E si sia portata in valigia, direttamente da Mumbay, il mattarello.

domenica 3 settembre 2017

I dialoghi in dialetto. 

Il fiorentino stretto, quello dei teatri in vernacolo, quello che declamavano, con grande soddisfazione di noi indigeni di qui, i Giancattivi, quello che puoi ascoltare ogni tanto (anzi, molto spesso, aimè) se vai sugli spalti di'Franchi all'indirizzo dell'ennesimo scarpone in maglia Viola che "se t'eri bono, 'un ti si pigliava noi!". 

Turno di notte, ore 3.50 del mattino.

Suonano alla porta.

Alle 3 e mezza non ci può essere che il fornitore dei sublimi, succulenti, saporiti prodotti delle colazioni. Quel prosciutto cotto dall'indimenticabile sapore di plastica ed antibiotico che, dalle 7 alle 10 del mattino, i clienti si strafogano come se non vi fosse un domani quando a casa loro un caffè e via. 

Sennonchè

E' il turno di notte del sabato, ergo sono le 3.50 di domenica mattina. Chi ca**o l'hai mai visto un fornitore la domenica mattina? Ho più probabilità di trovare i liocorni della canzoncina.

Difatti non è il fornitore.

Mi si palesa di fronte, con la barba e l'espressione corrucciata di un segretario della lega in procinto di sputare veleno ovunque, manco fosse una macchina del diserbante, un trasporter. Il Jason Stahtam del terzo millennio fiorentino.

Apro l'ingresso, e lui parte subito in quarta ma, per fortuna, ridacchiando:

-Oh, tu c'hai miha dei tipi indiani, Ghiavanscivili o qualcosa del genere, ma che ne so io? Son 6 persone-

-Ho capito di chi tu parli, due triple, sono armeni-

-Si, vabbè, di quelle parti, tu m'hai 'apito. Che tu me li 'hiami?-

-Diamine-

-Senti, io intanto mi fumo una sigaretta qui sull'ingresso, che ti scoccia?-

-Per me puoi anche andare a fuoco- (no, scherzo, non gliel'ho detto. Malgrado l'espressione iniziale, non delle migliori, era un tipo sorridente. E comunque, alle 3.50 del mattino, se non si scherza un pò, si è perduti)

Chiamo le camere di questi clienti, e dopo un tempo infinito finalmente una voce cavernosa che tradisce un sonno atavico mi risponde. Gli dico che c'è l'autista per l'aeroporto, e quello mi risponde, semplicemente, con un -Yes, yes- in tono piuttosto scocciato.

Torno sull'uscio.

-M'ha risposto con una voce dall'oltretomba-

Lui ridacchia

-Eh, tanto li 'onosco, i miei polli. E chiedono i'servizio alle 'uattro e poi dormono. Ma io mi domando e diho: se sono in vahanza, mica parto alle 'uattro del mattino, no? Me la prendo 'omoda e parto i'pomeriggio-

-Certo, un paio di giorni prima, così uno torna con calma, si rilassa a casa....-

-No, sieee, il giorno prima! Poi 'hiamo i'capo e ni diho "Oh, e c'ho la cacaiola, 'un vengo"-

Ridere come non vi fosse un domani.


Il portiere e l'autista, sulla soglia dell'albergo, che chiacchierano amabilmente di "evacuazioni" ed altri discorsi di *erda, perchè un pò di leggerezza ci vuole, in attesa di passarsi di mano i clienti turisti paganti ad un'ora antelucana ma che comunque si fa perchè sono lavori, e ci sono compiti da portare a termine, mutui da pagare, figlie da alimentare.

Finchè ce n'hai stai lì, cantava qualcuno.
 

-Lo vuoi un caffè?-

-Sta bono, altrimenti la cacaiola la mi vien sui'serio!-

Poi l'ascensore si apre, la famigliola caucasica mi consegna le chiavi, paga la tassa di soggiorno e carica i bagagli sul mega van 7 posti tipico degli NCC (nolleggio con conducente). Prima di salire sul suo possente mezzo, l'autista si volta verso di me:

-Oggi c'ho anche da andare a Orvieto. Tu m'ha a di' te!-

E parte.

E mentre riflettevo sul fatto che noi portieri e loro autisti abbiamo in comune l'essere pronti e scattanti a qualsiasi ora del giorno e della notte, pensavo anche che "quest'idea della cacaiola non è male. Potrei riutilizzarla"

ps. che poi, in 25 anni di lavoro, al rientro dalle ferie sono sempre tornato puntualissimo in turno. Ma 'ndove voglio andare?

pps. l'è così carina, Orvieto. La mi garba un monte.

domenica 27 agosto 2017

Faccio il portiere d'albergo, sono un turnante.

Turnante significa che, ogni settimana, ho 3 turni di giorno, due notti e poi due riposi. Ma se il portiere di notte è in ferie, diventano 5 notti a settimana. E se alcuni colleghi sono malati, anche qualcuna in più. Ma chiarisco subito: non intendo affatto lamentarmi di ciò, anzi. E' un lavoro che mi piace, anche se ammetto che preferisco maggiormente i turni di giorno che quelli di notte. Ma tant'è, ho un lavoro e pure retribuito, e di questi tempi ciò mi trasforma in uno degli elementi più invidiati dal 90% della popolazione.

Come in tutti i lavori, ci sono delle responsabilità. Di notte sono l'unico addetto al ricevimento presente. Anzi, sono proprio l'unico di tutta la ditta, almeno fino all'arrivo dei ragazzi/e della sala colazioni. Ma fino ad allora, dalle 23 alle 6 del mattino, sono solo. Ed ho l'obbligo di rispondere delle esigenze della clientela.

La richiesta maggiore riguarda i cuscini. Il cliente chiama al ricevimento, ed a quel punto gli chiedo di scendere a prenderseli, perchè non posso assentarmi troppo dal bancone. Molti ne rimangono contrariati, ma se possibile, li faccio venire dabbasso. Il problema capita quando finisco i cuscini che teniamo nel deposito della hall. In quel caso devo salire a prenderli.

Ecco la procedura:

-chiusura cassa e chiavi infilate in tasca;

-chiusura albergo, se qualcuno rientra dovrà aspettare;

ovviamente, come sempre in questi casi, qualcuno rientrerà. E' sempre così al ricevimento: a volte non vedi nessuno anche per un paio d'ore, poi come ti assenti per farti un caffè, bere un bicchiere d'acqua o fare la pipì, arriva il mondo.

-salita delle scale fino allo stanzino biancheria (al terzo piano!); l'ascensore in questo caso è assolutamente verboten, non posso in alcun modo rischiare di rimanere chiuso dentro. Chi mai verrebbe a liberarmi, John Mcclane? La legge di Murphy è sempre in agguato, e la presenza del portiere all'interno aumenta la probabilità di guasti del 475%.

Perciò via di corsa fino allo stanzino (5'' e 3 decimi, record mondiale), afferro i cuscini, agguanto le federe pulite, infilo i cuscini nelle federe e poi tutto di corsa (ma non troppo, o si fa rumore) per altre scale e/o il corridoio fino alla camera del cliente. Arrivo con un principio di enfisema, ma come dice il dottor Jones, non sono gli anni. Sono i chilometri.

Non mi resta che bussare.

Beh, tutto questo scalmanassi viene vanificato dal cliente, che se la prende molto comoda. Tranquillo, non sono al lavoro! Il mondo gira intorno a te, aspetterà! Che te ne importa se il portiere si prenderà i vaffa da parte di quello che aspetta fuori dall'ingresso, e se sono fortunato (ed io lo sono particolarmente) è il direttore che passava dal centro alle 23.30 e veniva a chiedermi come va! “Marcellino, ma perchè aveva chiuso? E dove era?” “Ma niente, lo sa che l'armadio della 107 è collegato a Narnia, ero andato a fare un saluto al leone ed alla strega.” (Devo servire un cliente, mica posso lasciare il portone aperto, no?)

Busso per la seconda volta.

-Chi è?-

-(tua nonna in carriola) Sono il portiere, le ho portato i cuscini-

Dopo di che, cala nuovamente il silenzio. Non odo rumori di sorta, non si sente neanche la tv, che di solito a quell'ora tutti tengono accesa al massimo volume possibile (e per fortuna c'è un limite impostato sui nostri apparecchi).

Attendo, impaziente, mentre il mio cervello rumina pensieri stragisti. Dai, posa il piedino giù dal lettino, metti le ciabattine e vieni ad aprire e prenderti questi ca**o di cuscini, muoviti! Rapido, pedazo de burro! (da ciò deducetene che era di lingua spagnola).

Niente, nessun rumore. Busso nuovamente.

Non mi risponde neanche.

Notare che questa emerita fa*a mi aveva appena chiamato dalla camera sul centralino, ed ora non mi apre; ma chi ti aspettavi che bussasse? Il mostro di Milwaukee? Sono il portiere, no? Quello a cui, due minuti fa, hai chiesto -Puedo haber dos almoadas mas, por favor?-

Finalmente odo dei rumori, qualcuno si sta muovendo verso la porta. Ma con comodo, eh! Attendiamo pure che torni la cometa di Halley, così me la perdo perchè sono dentro un corridoio con due cuscini in mano!

Finalmente mi apre! Halleluia. Tiè, beccati 'sti cuscini, ora corro giù al bancone.

-Un momento, per favore-

Ed ora cosa c'è? Non me lo dice. Accosta la porta –Non vada via!- Ma io ho fretta, me la darai domani la mancia, va bene lo stesso, dai! Lui insiste, ma io telo. Devo tornare al ricevimento, non posso stare qui ad attendere che tu frughi nei tuoi bagagli alla ricerca di una monetina da 20 centesimi; col tempo che ci metti a trovarla fa a tempo a finire l'Olocene e cominciare la prossima era geologica.

Quindi mi faccio il percorso inverso, gettandomi a rotta di collo giù per le scale. Ovviamente, come sempre in questi casi, qualcuno sta suonando furiosamente il campanello. Arrivo trafelato alla porta ed apro. Il/la tipo/a in attesa avrà da lamentarsi neanche fosse lì da tutta la notte.

-Ma dove ca**o era?-

-Scu...scusi...anf... per... l'a..attesa, ma.. anf... un cliente... anf.. mi ha chiesto... anf... un cuscino... e sono salito... anf-

-Ah... ne porta uno anche a me?-

L'ho infilato nell'affettatrice e servito la mattina sul buffet delle colazioni, al posto del prosciutto.

domenica 20 agosto 2017

Ogni tanto bisogna muoversi, darsi da fare, tentare qualcosa.

Perchè a stare fermi, ad aspettarsi aiuto da chissà chi, o che un qualcosa ci piova dal cielo, si otterrà solo una soluzione: di rimanere statici in quella stessa situazione.

E comunque, non aspettatevi gratitudini.

Ho passato due giorni sul Pratomagno con le ragazze e, almeno il primo giorno, la moglie. Il classico, immancabile, inevitabile pic-nic tra noi quattro con passeggiata pomeridiana sulla cima della montagna. Da lassù, con la visione delle vallate del Casentino da una parte e del Valdano dall'altra, la vita assume moltissimi colori ed una vivacità inarrestabile. Una Pepelandia dove i Biechi Blu non sono arrivati nè mai arriveranno.

Poi la moglie è tornata a valle causa lavoro, mentre io ho avuto la fortuna di restare un altro giorno con le ragazze ed i loro nonni paterni strafogandomi di pizza preparata nel nostro forno. Ed infatti non ho dormito molto a causa dello stomaco impegnato a ballare L'Hip Hop. Ma questa è una questione che non ci interessa.

Mio padre mi accompagna a Strada (in Casentino) dove prendo la Sita, altrimenti detta corriera, in direzione Firenze. Salgo con un bel "buongiorno", prontamente ricambiato dall'autista, perchè un saluto come si deve è sempre cosa buona e giusta, in un mondo educato e cordiale. Ma poi mi siedo e dedico la mia mente al culto indefesso delle chitarre dei mai abbastanza compianti Jeff Healey e Gary Moore.

Ad uno dei paesi lungo la strada, salgono una ragazza e la figlia. Si mettono nei seggiolini accanto a dove sono io, solo dall'altra parte del corridoio centrale. La bambina, direi poco più di 5 anni, mi osserva curiosa da dietro due sfere di color nero pece, la pelle color ambra e la bocca leggermente aperta, quasi stupefatta, forse non abituta alla visione di un indigeno sorridente. Non so darti torto, ragazzina, mi metto nei tuoi panni, il mondo mi va stretto e vedo da che pulpito arriva la morale. E pazienza se non conosci Bennato e molto probabilmente preferisci i cantanti del subcontinente da cui provieni.

Più a valle, poco prima del traguardo, fermata di Compiobbi, ed altri passeggeri in salita. Anche questi di colore ma da un altro continente, stavolta molto a sud del Mediterraneo, sono un'intera famiglia di 5 persone. Due ragazzine eccitatissime si precipitano a bordo e si siedono pazienti in fondo. La madre agguanta l'ovetto dal passeggino e sale. Poggia un momento il suddetto oggetto sul seggiolino accanto al mio. L'occupante, neanche un anno, mi osserva anche lui con lo stesso tipo di occhi della bimbetta indiana che mi guardava prima, la stessa boccuccia aperta stupefatta, la stessa innocenza di chi osserva il mondo e scopre cose nuove.

Mi incanto, a guardare questo altro sguardo, così simile a quello della bimba indiana malgrado i paesi d'origine distino migliaia di chilometri, sotto la visione divertita della madre, che non mi accorgo subito che il bus non riparte.

Fuori, il padre di famiglia, che ho già soprannominato Ordell Robbie, è in evidente e palese difficoltà con il passeggino. L'autista si arrabbia e lo invita a sbrigarsi, ma Ordell si infervora a sua volta, e sale sul mezzo con il passeggino ancora aperto, piazzandolo nello spazio riservato ai clienti in carrozzina.

L'autista esce dalla sua postazione di guida e va a redarguirlo sul fatto che lì, il passeggino, non ci può stare. L'altro replica a voce alta, ed entrambi danno vita ad un coro da decollo di airbus sulla pista principale di Heatrow. Poi l'autista termina che "non si parte fino a che tutti gli oggetti non sono al loro posto e le persone a sedere", dopo di che torna al suo posto e telefona non so a chi, se la centrale o l'Enterprise. La corriera resta lì, piantata come la Concordia sullo scoglio ma per lo meno dritta.

Un silenzio irreale scende dentro tutto il pulman, a parte l'autista che bofonchia un "io non riparto" a non so chi e il parlottare di Ordell con la moglie di qualcosa che, per quel che ne so, potrebbe essere la sistemazione di un passeggino come il calcolo differenziale dei vettori di potenza.

Non posso rimanere lì tutto il giorno, anche se sono solo le 11 del mattino e non entrerò in turno che tra 12 ore. Ho dormito quasi niente causa ingurgitamento di quantità spropositate di pizza fatta in casa e quindi necessità impellente di raggiungere casa, la doccia e molto riposo. Mi alzo e vado a vedere 'sto passeggino, mentre il resto del bus se ne resta seduto come se la cosa non li riguardasse, forse contenti di osservare la fermata della Sita di Compiobbi. Senza chiedere il permesso comincio ad aggeggiare, lui mi lascia fare e continua a discutere con la moglie. Una signora si affaccia dal suo sedile e comincia a darmi consigli "prova a pigiare quel bottone", che tento anche volentieri, ma serve solo ad allungare ed accorciare le maniglie.

Il problema dei passeggini è questo: ognuno di loro ha i suoi bottoni, i suoi comandi, i suoi meccanismi, che sono completamente diversi da tutti gli altri. Anche se sono della stessa marca. E sono ormai passati eoni da quando ne avevamo uno anche noi. Già la mia memoria è quella che è, figuriamoci aggeggiare su un trabiccolo con modalità completamente differenti. In breve, non ci cavo un ragno dal buco. A complicare il tutto, l'autista, cui ormai ho affibbiato il nome di "triceratopo frenetico", si alza nuovamente e va a redarguire Ordell Brown per non aver ancora fatto i biglietti, il quale reagisce urlando proprio come i personaggi di Samuel L. Jackson che li avrebbe fatti non appena messo a posto il passeggino. E mentre questi due deficienti sbraitano come ossessi, io sono lì che cerco di chiuderlo. Poi, come una luce in fondo al tunnell, arriva in mio soccorso una ragazza che "tu prova tirare leva che io preme qui", e magicamente il passeggino si ritrae su sè stesso dimezzando l'ingombro.

"Ecco fatto, ora sbrigati a metterlo al suo posto, altrimenti ci si mette casa, a Compiobbi". E Ordell, senza neanche un grazie, prende l'apparecchio, scende, apre lo sportello dei bagagli e lo ficca lì dentro. Poi finalmente va a pagare i biglietti a triceratopo frenetico proseguendo entrambi nelle loro fisime urlate. E quando finalmente si riparte, ecco che i passeggeri davanti, purtroppo della mia nazionalità, si mettono a discutere con triceratopo su "questa gente", dando vita a discorsi che fanno venire in me il fremito di dirottare il bus su Milano al nobile scopo di praticargli il bunjee-jumping in una piazza del capoluogo meneghino. Ve ne siete stati lì fermi senza fare un bel niente ed ora vi mettete anche a sputare sentenze. No grazie, ne ho abbastanza di questa merda. Mi riappiccico le cuffie e piazzo al massimo volume una qualsiasi chitarra, da Mark Knoplfer a Joe Satriani. Qualsiasi cosa, basta che mi assordi.

Quando finalmente arriviamo alla mia fermata, afferro lo zaino nel portaoggetti in alto, poi abbasso un attimo lo sguardo: la bimbetta indiana continua imperterrita ad osservarmi con sguardo curioso ed attento, spero a riprova che "costui è diverso da tutti quegl'altri". Non posso non sorridere e declamare un "ciao".

La madre, che solo ora mi rendo conto d'una bellezza speciale come solo le indiane sanno essere quando vogliono, con quella pelle così ambrata e quei capelli corvini che perdercisi dentro darebbe un significato speciale ad un'intera esistenza, invita la figlia a ricambiare, ed entrambe mi abbagliano con due doppie file di denti bianchi. Un'espressione così leggera e soave di serenità da meritare cittadinanza seduta stante, senza se e senza ma, alla faccia delle differenze di casta indiane e del mancato ius soli italico. Fiero della mia creazione di Ius risus (creato sul momento col traduttore, è valido a tutti gli effetti) ho percorso la strada di casa senza neanche accorgermi del sole bruciante del mezzogiorno d'Agosto. Ma stavolta con in cuffia il melodioso pianoforte di Bruce Hornsby.

A volte basta davvero poco, per sentirsi appagati.

martedì 15 agosto 2017

1 - Coppia italoamericana che non conta le primavere ad anni.

Le conta a decine.

Per loro Ellis island non era un ricordo un po' nostalgico ed un po' triste dei nonni. Ci sono passati direttamente.

Le vere macchiette. I classici esempi di italoamericano che parla con quell'accento sgravato, metà yankee metà Calabria.

La signora mi si presenta al banco chiedendomi un po' di tour variegati: Siena, Roma, Venezia. Qualsiasi cosa, basta andare a giro. Ma per il giorno dopo sembra sia già tutto pieno. Tutte le compagnie di tour sembra siano state prese d'assalto da torme di turisti.

Lei si agita, guardandosi a destra e sinistra: -Nessuno che va qualche parte? Lasciano tutti qui noi?-

-Pisa?-

-Noi va Pisa martedì, sta lì una settimana-

Glisso sul fatto che lì ci stiano ben una settimana. Immagino il mare, anche se non sembrano i tipi. Adoro la Torre ed il centro (e sono fiorentino) ma starci 6 giorni dev'essere come lavorare nell'ufficio postale di Chinaski.

Prendo il libretto dei tour, provo a chiamare ancora l'agenzia ed alla fine qualcosa gli trovo: Assisi.

-Si, tu prenota, noi volere fare tour, noi già visto musei, cosa fare qui poi?-

Per musei intende i soli Uffizi, perchè da noi soggiornano solo 2 notti. Ma intanto gli ho venduto un tour dell'intera giornata. E per noi portieri c'è la commissione.

In quel momento arrivano altri due clienti. Che esordiscono con un sempre bellissimo e meraviglioso accento inglese.

La calabro-yankee si volta verso di loro e gli chiede così, a bruciapelo: -Brooklyn-

La cliente inglese, sulla prima, non capisce, poi puntualizza che no, non è americana. Sono inglesi. La signora si scusa dell'errore, ma io non posso fare a meno di chiedermi: ma come si fa a confondere un accento inglese con uno americano? E' come sbagliarsi tra il calabrese ed il toscano, via.


2 – Vorrei una camera con vista- esordisce con un tono che dev'essere la figlia di Charles Manson.

-Non ne ho più-

-Cerchi bene-

-C'è poco da cercare. Sono le 9 di sera, siamo completi e lei ha l'ultima camera disponibile-

Un neurone che gira vorticoso, nel nulla assoluto.
Poi rinuncia. E decide di suicidarsi. Troppo lavoro.

-E quindi non c'è nessun'altra camera disponibile?-

3 – Un tedesco con minore conoscenza d'inglese di mia figlia si lamenta dell'alto costo del garage:

-Il costo varia a seconda della grandezza dell'auto, e questa macchina ha il prezzo massimo, grande com'è. Insomma, è una Kia Sorento (i coreani si divertono, a maltrattarci. Nel calcio come nei nomi. Questo vale anche per la mia ex, che era di Seoul).-

Lui ci pensa. Mi guarda. E' serio. Serissimo.

-Non è mica tanto grande-


4 – Si può avere una camera con vista? - (ultimamente c'è l'epidemia)

-Mi spiace, non ne abbiamo più disponibili-

-E noi come facciamo a vedere la città-

-Camminando-

Almeno, ci ha riso.


5 – Le buona, vecchia, classica telefonata di chi, ostinatamente, è convinto che la speranza non muore mai.

-Ho guardato su internet, ma ovunque, su qualsiasi sito, mi dice che non avete camere disponibili. E' possibile?-

-E' possibilissimo. Si chiama “completo” ed è una bellissima cosa per noi-

-Ma per me no, io devo venire a Firenze. Proprio non ha niente?-

Stavo per proporgli di dormire sul divano della hall per una modica cifra, a patto che non disturbasse il portiere di notte, ma ho preferito glissare.

Herr direktor potrebbe anche essere d'accordo.


6 – Due clienti di nazioni diverse. Maschi, come me. Anziani quanto basta per dire “potevamo farci dall'asilo al diploma assieme”

Due t-shirt nere.

Per entrambi, la indico e dico “ottima scelta”. Entrambi replicano con il pollice alzato.

Due scritte diverse, ma altamente significative: “Black Sabbath” e “AC/DC”

La mia generazione è stata la migliore. E la più fortunata.

mercoledì 9 agosto 2017

Stesso albergo, 2014.

Un monte di tempo fa.

Tutti i dialoghi sono ritradotti in italiano

1. In inglese. Coppia mediorientale giovane con bimba piccola. La signora scende al ricevimento ponendomi la seguente domanda:
-Posso avere gli orari del treno per Pisa? O per Venezia?-
-Certamente signora. Quale preferisce?-
Lei agita la mano, con noia.
-Oh, non ha importanza. Una qualsiasi andrà bene-
Pisani, veneziani: siete stati equiparati.
Foppeddivvelo.
Ps. Sono andati a Pisa. Costava meno.

2. In inlgese. Cliente indiano, chiede di vedere il meteo di tutta Italia.
Lo schermo del pc mostra i simboli del meteo sull’intera penisola.
-Questa cos’è? Cipro?-
-No, è la Sardegna-
-Oh, ed è Italia?-
-Ehhh. si-
Cari amici sardi, vi tocca.

3.Minivan parcheggia davanti all’albergo.
Ne scende un ragazzo che scarica e porta nella hall 4 valigie.
Camicia bianca aperta sul petto ed arrotolata alle maniche.
Barba.
Occhiali da sole.
-Ciao, buongiorno, c’ho le valigie per i clienti xxx-
-Ottimo, me le lasci qui nella hall e ci penso io-
-I clienti sono a fa’ un tour, arrivano più tardi. Ora vo a piglià de’clienti all’hotel xxxx-
Mi guarda, poi controlla l’orologio, rialza lo sguardo su di me e fa:
-Poi ho finito, e si va a fiha-
Non attendevo di sapere altro, dalla vita.

4.Cliente americana di mezz’età.
Rientra in albergo a prendersi i bagagli ed andare alla stazione, per la prossima tappa del viaggio.
Mi chiede un bicchiere d’acqua al bar.
Mentre sta per berlo, nell’italiano particolarmente accentato degli americani, mi fa:
-Grazie, sei caldo-
E mi piace pensare che non abbia sbagliato verbo, ma aggettivo.

5.Cliente italiana.
Check-in, piantina della città, chiave della camera e codice wifi.
E la ragazza me lo rende esclamando:
-Ah, no, questo proprio non mi interessa. Se volevo stare al computer me ne restavo a casa mia!-
Non potevo non stringergli la mano.

6. Inglese. Cliente indiano.
Omone gigante, sguardo modello “mostro di Frankestein”.
Baffone anni ’70.
Esce dalla camera mentre sta passando Ettore. Lo blocca.
-Lei lavora qui?-
Ettore guarda la sua divisa da facchino alberghiero.
Verde scuro.
Con bottoni e risvolti color oro.
-No. Questa è a nuova moda italiana!-
Cos’è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità d'esecuzione.

7. Spagnolo. Entra in albergo un signore anziano.
-Lei vende camere?-
-Certo, le melanzane le abbiamo terminate-
Non ride, non la capisce, ma arriva la moglie.
Sono colombiani, più o meno dell’età in cui la Colombia si affrancò da essere colonia spagnola.
Vedono la camera.
La comprano.
La signora scende.
Ha la tranquillità dell'antilope attaccata dal leone: agitazione ai massimi livelli.
Si dimena da un capo all'altro del bancone.
E mi pone una strana domanda. Di quelle che mi fanno sentire tanto solidale con gli agenti di viaggio.
-Che città interessante c’è tra qui e Milano?-
Lì per lì non capisco, poi lei si spiega: l’8 partono per Parigi da Milano, e vogliono fermarsi per una notte da qualche parte da qui alla città meneghina.
Mi viene naturale suggerirgli Bologna.
Ma la signora evidentemente aveva comunque un progetto ben preciso, di cui finalmente mi rende partecipe:
-E Livorno? Non è nella stessa direzione di Milano?-
Apro su google una mappa con la porzione dell’Italia che farebbe felice qualsiasi leghista: il centro-nord. Gli faccio vedere dove sta Livorno.
-Come è Livorno?-
Mi sfugge il motivo per cui abbiano sentito parlare di Livorno. Forse il Vernacoliere è arrivato anche a Bogotà.
Ma qui faccio una cosa per cui i labronici mi odieranno. A vita.
Sarò bannato in eterno dalla città dei quattro mori.
Suggerisco alla cliente di andare a vedere La torre storta.
-E’ bella?-
Non la conosce. Non conosce la Torre di Pisa. Devo riavviare il cervello più volte perché non lo credo vero.
Devo mostrargliela con google.
Comincio una descrizione sulla torre e la sua caratteristica pendenza. La signora mi interrompe agitando la mano.
-Si si, quello che è-
Mille anni di inclinazione liquidati così.
Poi continua con la sua richiesta di “pueblos” da visitare tra Firenze e Milano.
Suggerisco Parma.
-No, Parma è troppo cara-
Amici parmensi, abbassate ‘sti prezzi.
Perché anche se c’è chi non conosce la Torre di Pisa, sa che Parma è una città carissima.
Anche se non ho capito come faccia a sapere questa preziosissima informazione.
ps. gli stampo gli orari del treno per Pisa, lei sibila un gracias e corre trafelatissima su per le scale. Tutto il resto (Bologna, Milano, ecc.) era già dimenticato.

8.Italiani con passaporto belga. Italiano scarso, dall'età devono essere immigrati in Belgio al seguito delle legioni romane.
Lui ha una giacchetta dai due colori improbabili.
Sopra, il simbolo della squadra-che-a-Firenze-non-può-essere-nominata.
Mi guarda.
Poi indica il simbolo.
-Tu piace questo?-
-No. Lei oggi mi ha reso molto triste, lo sappia-
Ride di gusto.
Io no.
Questo lavoro ha anche tanti lati negativi.